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Intervista Narcoleaks: smentiti i dati Usa sulla produzione di cocaina nel mondo
Intervista a Sandro Donati, fondatore di narcoleaks.org, che monitora i sequestri di cocaina nel mondo.
-Chiara Pracchi – 8 dicembre 2011 – Secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ogni anno nel mondo si producono 700 tonnellate di cocaina. Stime leggermente diverse le fornisce l’Unodoc, l’Ufficio della Nazioni Unite contro la droga e il crimine, secondo il quale la produzione mondiale di cocaina ammonterebbe a 865 tonnellate. Peccato che 734 siano solo le tonnellate che sono state sequestrate dall’inizio dell’anno a oggi.
Come dire che in giro non si riesce più a trovare una sola bustina da sniffare, perché gli agenti di tutto il mondo sono riusciti a intercettare più polvere bianca di quanto non sia stata prodotta. Rimanenze dagli anni passati comprese. Invece gli esperti del settore calcolano che la quota che viene scoperta ogni anno corrisponde al 10- 15% percento di quella immessa sul mercato. “Facciamo anche 20-25% – commenta Sandro Donati, autore di diverse ricerche sul narcotraffico, ad ArticoloTre – questo significa che la produzione è almeno quattro volte superiore a quella stimata e che gli organi ufficiali, Dipartimento di Stato in testa, tendono a sottostimare il problema”.
Sandro Donati da anni analizza i trend di produzione della cocaina e denuncia le anomalie dei dati ufficiali. Nel 2009, nel dossier “Coca nera”, redatto insieme con Libera” ha mostrato come nel 2001 i dati fossero stati sovrastimati per giustificare l’intervento degli Stati Uniti in Colombia, con il famigerato “Plan Colombia”. Da quel momento in avanti, invece le stime di produzione sono tornate su valori precedenti e decrescono ogni anno, a conferma della validità dell’intervento.
Per confutare la veridicità dei dati forniti dagli organi ufficiali, l’anno scorso Donati ha creato, insieme con l’agenzia di stampa Redattore Sociale, Narcoleaks, un gruppo di lavoro e un sito che monitora costantemente tutti i sequestri di cocaina che vengono effettuati nel mondo. Il monitoraggio viene fatto attraverso notizie di stampa e comunicazioni ufficiali, al punto che il loro motto recita “Noi non pubblichiamo segreti, ma raccogliamo evidenze”. E oggi, a meno di un anno dalla sua nascita, la quantità di polvere bianca intercettata dalle forze di polizia supera abbondantemente quella che avrebbe dovuto essere l’intera produzione.
Dottor Donati, incominciando dal principio: perché un sito come narcoleaks?
Perché sulla produzione di cocaina c’è una censura spaventosa. Mi occupo di questi temi dal 2007 e nonostante le contraddizioni più volte denunciate, tutto mi rimbalzava addosso e le incongruenze venivano ripresentate di anno in anno a mostrare un progresso che non esisteva. C’è una spaventosa manipolazione e una riscrittura dei dati che nasconde una profonda sottovalutazione del problema.
Ma il Dipartimento di Stato non potrebbe semplicemente obiettare che le stime sono proiezioni e quindi soggette a errori?
No, non sono proiezioni e loro stessi ci tengono a sottolineare la precisione del loro metodo, che si basa su foto scattate dal satellite e su software in grado di individuare le piantagioni di coca. Dopo di che ogni anno pubblicano i risultati di uno studio fatto sul campo per calcolare il rendimento di una superficie, il numero di raccolti in un anno e la quantità di coca che si può estrarre da una foglia. Quando ci sono delle variazioni, rientrano sempre intorno al 10%. Qui, invece saremmo in presenza di una variazione del 400-500%, che è cosa diversa.
I vostri dati come sono presi?
Abbiamo scelto di prendere in considerazioni solo sequestri superiori ai 10 chilogrammi, perché in questi casi i pani sono ancora intonsi, così come vengono confezionati nei laboratori colombiani o peruviani, e quindi puri. Perché quando c’è disaccordo sui quantitativi, dicono che si tratta di merce tagliata.
E com’è possibile una simile discrepanza di dati, tra quelli che avete raccolto voi e quelli che vengono forniti ufficialmente?
La sottostima ha una matrice evidentissima e si chiama Dipartimento di Stato americano. La ragione risiede nel fatto che esiste un intreccio tra alcuni organismi statunitensi e il traffico di cocaina. Tutta la gestione del problema da parte degli Stati Uniti è piuttosto ambigua. Più volte la Cia è stata accusata di essere coinvolta nel narcotraffico. Per esempio in questo momento si sta disputando il processo a Zambada Niebla, un trafficante appartenente al cartello di Sinaloa. Zambada si sta difendendo dicendo di essere un informatore della Dea e di essere stato aiutato a importare negli Stati Uniti 200 tonnellate di coca da spacciare a Chicago. La Dea ha ammesso l’operazione, ma l’ha giustificata come una mossa di copertura per infiltrarsi e ottenere informazioni su altri trafficanti.
Nel 2008 un aereo ha dovuto effettuare un atterraggio d’emergenza nella penisola dello Yucatan, in Messico. Il sovraccarico gli fece terminare il carburante: a bordo aveva 1300 chili di cocaina. Individuati dall’esercito messicano, gli occupanti del velivolo chiesero subito di parlare con il console statunitense. Dai documenti di bordo emerse che l’aereo aveva all’attivo due viaggi dall’Europa a Guantanamo e diversi viaggi dalla Colombia agli Stati Uniti: era un aereo della Cia. E queste sono solo poche pennellate di un affresco enorme.
Ma gli Stati Uniti non avrebbero tutto l’interesse a sovrastimare il fenomeno per esercitare un’influenza ancora maggiore negli Stati del Centro e del Sud America?
No, perché bisognava giustificare davanti al Congresso tutti i finanziamenti erogati per il “Plan Colombia” con dei risultati. Inoltre, non ci si dimentichi che il piano prevedeva la soluzione del problema in 6 anni e il dimezzamento della produzione in 3. Invece è stata la stessa Commissione del Senato, della quale facevano parte anche Obama e Kerry, ad ammettere che il problema non era stato risolto e che in Colombia continuava a scorrere il sangue per mano dei gruppi paramilitari.
La sottostima, dunque, serve per nascondere il fallimento del “Plan Colombia”, ma soprattutto per non sollevare il problema dell’immissione dei capitali sporchi nell’economia legale.
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