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La nostra memoria nell’Era di Google

Secondo lo studio di un team di ricercatori americani le nostre capacità mnemoniche si stanno adagiando sulle potenzialità del web, i cui motori di ricerca sono diventati veri e propri hard disk esterni del cervello.

- Andrea Centini – 31 Gennaio 2012 – Il concetto di “memoria transattiva” fu introdotto nel 1985 dallo psicologo sociale canadese Daniel Wegner, uno dei più illustri professori nelle fila della prestigiosa Università di Harvard.

Secondo Wegner questo tipo di memoria è un sistema attraverso il quale gruppi di persone più o meno nutriti -l’elemento base è la coppia- “codificano, archiviano e recuperano la conoscenza collettivamente”. Il sistema è costituito dalla competenza di ciascun individuo e dalla propria metamemoria (l’insieme dei processi che regolano e controllano le operazioni mnemoniche): in questo modo i membri del gruppo imparano a conoscere “chi è esperto di cosa” e sviluppano una sorta di memoria collettiva, consapevoli di dove e come recuperare le informazioni. In parole più semplici, i membri di un sistema transattivo si relazionano tra loro per attingere conoscenza in maniera non dissimile dalla consultazione di un database. Wegner si accorse di questi processi studiando a fondo le coppie di lungo corso, il più affiatato e collaudato sistema di memoria transattiva.

Viviamo in un’epoca in cui la conoscenza collettiva è sempre a portata di click, dove le informazioni circolano, permangono e si diffondono ad una velocità straordinaria, inimmaginabile solo pochi anni addietro. Secondo la dottoressa Betsy Sparrow della Columbia University, che ha avviato alcune ricerche spinta dalle intuizioni di Wegner (co-autore del progetto), il world wide web si sta trasformando in un “articolato sistema transattivo che ci esime dall’obbligo di memorizzare certe informazioni che sappiamo essere disponibili in rete, un sistema in cui le persone sono in simbiosi col proprio computer, immerse in un mondo interconnesso dove si è concentrati soprattutto su dove l’informazione può essere trovata”.

A che serve memorizzare il nome dei 7 Re di Roma o degli attori del film che ci è tanto piaciuto, se poi possiamo recuperarli tranquillamente con una rapida consultazione online? A causa di questo processo, oseremmo dire quasi naturale in quanto tendente a massimizzare il risultato col minor dispendio di energia, il nostro cervello si sta probabilmente impigrendo, anche se -sottolinea la dottoressa Sparrow- “non credo che Google ci stia portando sulla strada della stupidità, sta solo cambiando la natura e il modo in cui memorizziamo le informazioni”. Nell’era di internet è dunque più importante conoscere il dove ed il come, non il cosa. Ciò è stato dimostrato da una serie di esperimenti condotta dalla Sparrow in collaborazione con Wegner ed altri ricercatori di Harvard, Columbia e Wisconsin University, secondo la quale un gruppo di studenti era più propenso a ricordare la posizione delle informazioni, piuttosto che le informazioni stesse.

In uno dei test sono stati sottoposti dei quiz sui quali i ragazzi sarebbero stati successivamente interrogati: ad una metà veniva data la possibilità di salvare le informazioni su un computer, all’altra no. E’ emerso che chi poteva salvare i dati ha ottenuto nell’orale risultati molto più scadenti degli altri, che, spinti a stimolare la memoria, hanno fatto di necessità virtù. Una ulteriore prova dell’influenza di internet sulle capacità mnemoniche è stata fornita da un altro test, nel quale veniva conteggiato il tempo di risposta su domande relative a termini più o meno legati al web. Dalle statistiche è apparso chiaramente che per tutti i termini collegati ad internet i tempi di risposta erano maggiori, semplicemente perché le persone erano spinte a pensare al percorso di recupero dell’informazione -motore di ricerca- e non alla natura della stessa.

Trovare la risposta nel momento stesso in cui ci poniamo la domanda è diventato un processo talmente naturale che quando ciò non si verifica si rischia una crisi d’astinenza: questo è uno dei maggiori problemi legati al web, trasformato in hard disk esterno del nostro cervello e in ambiente naturale dove coltivare relazioni ed aspetti sociali. Chissà come avrebbe reagito Socrate con Google, lui che “sapeva di non sapere”.


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