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Carlo Alberto dalla Chiesa. Lo Stato lo lasciò solo, Cosa Nostra lo uccise

-R.C.- 2 settembre 2012- Sono tante le domande che si pone Nando Dalla Chiesa.

“Perché, come ha testimoniato Tommaso Buscetta, la mafia già nel 1979 propose alle Brigate Rosse di rivendicare un eventuale omicidio di mio padre, che allora era alla guida della lotta al terrorismo e non rappresentava un pericolo per Cosa Nostra?

Perché alcuni leader politici dell’epoca furono tanto sfuggenti o reticenti nelle loro testimonianze al maxiprocesso?

Perché il presidente Spadolini, capo del governo, rimase silente quando mio padre gli segnalò i messaggi ricevuti dalla famiglia più inquinata di Palermo, inequivocabilmente andreottiana? E perché Andreotti smentì l’incontro avuto con mio padre?

Perché uno sconosciuto maresciallo degli agenti di custodia di Cuneo, subito dopo l’avviso di garanzia ad Andreotti, venne platealmente presentato come il braccio destro del generale Dalla Chiesa? Chi costruì quella falsa testimonianza, che trasformò mio padre in un imputato morale?

Perché dopo l’omicidio, funzionari di polizia o dei servizi segreti entrarono nell’appartamento di mio padre per prendere il lenzuolo con cui ricoprire i cadaveri?  Si è mai visto? E come mai la chiave scomparsa della cassaforte, trovata aperta e vuota, riapparve una settimana dopo in un cassetto controllato prima sotto i nostri occhi?”.

Domande ancora oggi senza risposta.

Risalendo all’omicidio Moro, va ricordato il particolare che il cadavere del presidente della Dc fu ritrovato con in tasca alcune migliaia di lire, come se i rapitori gli avessero lasciato di che pagarsi un taxi, una volta libero.

Quali Brigate Rosse lo avevano ucciso e per fare un favore a chi?

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa  investigò sul famoso memoriale relativo al rapimento di Aldo Moro, ritrovato in via Montenevoso a Milano. Forse avrebbe potuto esserne in possesso, forse si trovava in quella cassaforte. Nell’ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca, Dalla Chiesa amaramente disse “Credo di aver capito la nuova regola del gioco, si uccide un uomo potente perché è diventato troppo pericoloso, lo si delegittima, lo si infanga, poi lo si uccide perché è isolato”.

Una settimana prima di Capaci, Giovanni Falcone confidò ad un amico “Mi insozzano, poi spareranno… Mi stanno delegittimando, Cosa Nostra fa sempre così, prima insozzano la vittima, poi la fanno fuori. Questa volta mi ammazzano davvero”.

L’investitura del generale dei Carabinieri a superprefetto era stata un’idea del ministro dell’Interno, Virginio Rognoni “Caro generale, lei va a Palermo non come semplice Prefetto Ordinario, ma con il compito di coordinare tutte le informazioni dell’universo mafioso”

Una frase non limpida, a Dalla Chiesa non era sufficiente soprintendere al coordinamento dell’ordine pubblico in tutta la Sicilia, ma voleva uomini e mezzi “O mi danno i poteri necessari per fronteggiare la più grande industria del crimine della nostra epoca, oppure la mia nomina a Prefetto non servirà proprio a nulla”.

Giunse a Palermo ai primi di maggio, un momento delicato, all’indomani dell’assassinio di Pio La Torre. Molti interpretarono quel crimine come un avvertimento al nuovo Prefetto, la mafia non gli avrebbe concesso tregua.

Subito Dalla Chiesa si rese conto che i suoi poteri erano davvero irrisori, si lamentò “se il presidente della Regione Sicilia vuole bloccarmi, può farlo, basta che invochi l’articolo 31 dello Statuto Siciliano, che indica in lui il massimo responsabile dell’ordine pubblico”.

Nel frattempo la situazione precipitò, il numero di morti ammazzati, dopo l’insediamento di Dalla Chiesa, salì ad uno ogni quarantotto ore, sino ad arrivare alla mattanza di agosto. Nessun colpevole individuato, il prestigio del Prefetto cominciava ad incrinarsi.

Dalla Chiesa aveva predisposto un progetto preciso: la creazione di centri antimafia alle sue dipendenze dirette. Centri da istituirsi nelle prefetture di Torino, Genova, Bologna, Napoli e Reggio Calabria, oltre che in tutte le province siciliane.  Facoltà di istruire indagini finanziarie, ordinare intercettazioni telefoniche ed ambientali, uno stretto collegamento con i servizi segreti ed un nucleo di ufficiali di sua assoluta fiducia.

In compenso non gli mandavano neppure gli uomini richiesti per le normali attività investigative.

A Roma commentarono storcendo il naso, ritenendo che se fossero state accettate tutte quelle richieste, Dalla Chiesa sarebbe diventato più influente del ministro dell’Interno”

Ma il generale dovette subire altre frustrazioni, chiese di incontrare tutta la giunta comunale, ma il sindaco democristiano, Nello Martellucci, gli mandò a dire che l’amministrazione cittadina la rappresentava solo lui. Venne snobbato anche dalla giunta regionale.

A quel punto Dalla Chiesa cercò di contattare Spadolini , il Primo ministro alle prese con problemi di governo e di governabilità negò la propria disponibilità. Il generale tentò di telefonare al segretario della Dc, ma neppure Ciriaco De Mita gli rispose. Dalla Chiesa, uomo discreto e taciturno, si sfogò allora con i media “Mi lascino almeno il prestigio, come fanno a non sapere che qui siamo in terra di rispetto. In Sicilia la faccia è tutto”.

Il 3 settembre 1982, in via Isidoro Carini, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emmanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo vennero trucidati da un commando mafioso, subito dopo su un muro di quella via comparve la scritta “qui è morta la speranza dei siciliani onesti”.

Erano le 21:15, il commando in sella a due moto di grossa cilindrata, affiancò la A112 condotta da Emmanuela, con il generale seduto al suo fianco. Seguiva l’auto di scorta, un’Alfetta non blindata, con a bordo l’agente Domenico Russo. Tutti massacrati a raffiche di kalashnikov. Anche la regola del codice mafioso per cui le donne venivano risparmiate, era stata infranta in un delitto eccellente, mentre era già stata violata nella guerra tra clan rivali e nelle vendette trasversali.

Condannati all’ergastolo come mandanti Nino Madonia e Vincenzo Galatolo. Per gli esecutori materiali, Calogero Ganci e Paolo Anzelmo, ora collaboratori di giustizia, la pena fu di quattordici anni di carcere.

Una strage ovviamente con mandanti occulti, che non trovò unanimità di consensi all’interno di Cosa Nostra.

Il boss Giuseppe Guttadauro ne accennò all’amico Salvatore Aragona, in un colloquio intercettato.  “Ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare Dalla Chiesa.  Ma perché dobbiamo sempre pagare noi le cose. E perché glielo dovevamo fare questo favore. Non l’ho capito, questo spingere determinate esasperazioni. Perché farci mettere nel tritacarne. Chi è l’orchestratore io non te lo dirò mai.  Salvo, noi a parole non possiamo risolvere e capire tutte cose, però ti dico che soltanto i politici si possono infilare sotto quell’ombrello. Tu vedrai che nei vari processi, i politici saranno quelli che non avranno problemi”.

Chi, nel 1982 aveva dunque chiesto a Cosa Nostra il favore di eliminare il generale Dalla Chiesa? Chi era -l’orchestratore-?

Molte le ipotesi sollevate alla ricerca dei mandanti reali dell’omicidio del generale ed in plurime direzioni. Dalla sua dichiarazione di guerra alle famiglie dei grandi elettori di Giulio Andreotti, già allora considerate vicine a Cosa Nostra, alle sue indagini sui patrimoni criminali.

Le conoscenze di Dalla Chiesa, le informazioni riservate in suo possesso erano senza dubbio sufficienti a fargli comprendere il collegamento tra poteri istituzionali e poteri criminali.

 

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