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Mafia e sanità. Il pentito D’Acquino: “I dializzati sono Cosa Nostra”
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dialisi -Redazione-  L’ombra della criminalità organizzata nel settore della sanità. Agli atti della maxi operazione sul “traffico” di pazienti dializzati tra colossi pubblici della sanità etnea e strutture private, ci sono i verbali del killer pentito Gaetano D’Aquino. Dichiarazioni che sono state al centro delle indagini della Direzione investigativa Antimafia a cavallo tra le gestioni dell’allora procuratore Vincenzo D’Agata, di Michelangelo Patanè, Giovanni Salvi e dell’attuale procuratore capo Carmelo Zuccaro. Una pista mai seguita prima che ha visto in campo gli uomini della Guardia di Finanza etnea e in particolare della Tributaria.  “L’affare” sarebbe stato - secondo il killer pentito - nelle mani dei fratelli Salvatore e Mario detti Ammuttapotti”. Il collaboratore di giustizia parla di una vicenda che aveva riguardato uno zio malato di reni, Francesco D’Aquino, inizialmente ricoverato in una clinica del Viale Mario Rapisardi di Catania. Un dipendente della struttura aveva contattato D’Aquino lamentando “l’inadeguatezza della struttura a fornire le cure e la conseguente necessità di trasferire il parente altrove”. A quel punto D’Aquino avrebbe incontrato, nell’ospedale Garibaldi, l’amico infermiere S.P. che lo avrebbe a sua volta indirizzato a un altro collega “sostenendo - si legge negli atti degli inquirenti - che la gestione dei dializzati era appunto…affidata…. a costui, che convogliava i pazienti presso la clinica S”. D’Aquino individua con certezza l’infermiere, G.F.: a lui sarebbe stata “affidata” la gestione dei pazienti in dialisi. Un settore “particolarmente remunerativo”, tanto da indurre il Killer Pentito D’Aquino e Antonio Aurichella ad avvicinare per conto del clan Cappello l’infermiere Maugeri, detto Ammuttapotti, per verificare la possibilità di una “comune gestione”. L’infermiere Maugeri finito al centro dei verbali del pentito avrebbe comunicato a Nuccio Mazzei, boss dei Carcagnusi, che non era possibile l’accordo e che era intervenuto anche il boss dei Cappello di San Cristoforo Giovanni Colombrita. L’accordo tra Cappello e Mazzei sarebbe naufragato a causa dell’omicidio di Sebastiano Fichera, Iannuzzo, ucciso in un agguato. Secondo il pentito D’Aquino l’intera gestione delle cliniche per dializzati fosse nelle mani della criminalità organizzata; che medici ed infermieri dirottassero i pazienti presso le cliniche ottenendo un compenso per ogni paziente avviato alla struttura privata.  
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