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Piazza Fontana: la madre della strategia della tensione
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Era il 12 dicembre del 1969.

Un boato scosse Milano: nessuno poteva immaginare che laggiù, in Piazza Fontana, si dava il via a quella pagina oscura di Italia, quella terribile stagione di stragi di innocenti che prese il nome di “strategia della tensione”.

Anni duri, anni di piombo: tutto lo Stivale venne attraversato da una lunga scia di attentati eversivi, che spinsero la popolazione nel baratro del terrore, del sospetto. Il cui intento era unico: destabilizzare qualsivoglia ordine,  rovesciare gli scenari e sfruttare la paura della cittadinanza per acquisire potere, cavalcare l’orrore. Indurre il popolo a richiedere un governo forte, autoritario, lontano da quella libertà che il ’68 aveva portato con sé; una guida che, al tempo stesso, si distaccasse fortemente dallo spettro rivoluzionario e prettamente di sinistra che, trovando -forse utopisticamente- radici e modelli in Russia, minacciava, di fatto, il Patto Atlantico.

La strategia della tensione fu un periodo buio, per l’Italia. Uno scenario in cui si rincorsero frenetici apparati statali deviati, massoneria, cellule terroristiche, mafie e interessi internazionali. Qualsiasi potenza poteva rivelarsi utile al fine di bloccare l’avanzata comunista, così pericolosa e contraria a quell’alleanza tra Italia e Stati Uniti. Fu un inferno in terra, in cui trovarono spazio i più oscuri protagonisti del nostro tempo che, noncuranti delle conseguenze, utilizzarono le persone comuni come semplici pedine, sacrificabili in nome dell’economia e del potere, in nome di un gioco grande che decideva i destini degli innocenti.

Tutto iniziò proprio in quella Banca, quella Nazionale dell’Agricoltura di Milano, là dove, alle 16.37 di quel dicembre ’69, diciassette persone trovarono la morte, mentre altre ottantotto rimasero ferite. Tutti innocenti,  ignari. Sacrificabili. Nessuno aveva colpe, tra le vittime. Semplicemente, erano al posto sbagliato nel momento sbagliato. Una strage ancor’oggi senza giustizia.

Di colpevoli, in realtà, ne vennero trovati subito. Il dito venne puntato contro gli anarchici: tra questi, Pietro Valpreda, che scontò tre anni di carcere per la strage. Un tassista, Cornelio Rolandi, disse di averlo visto, quel giorno, in Piazza Fontana, prima con una valigetta e, successivamente, senza. Solo dieci anni dopo, nel ’79, l’anarchico del Circolo 22 marzo venne assolto per insufficienza di prove.

Assieme a lui, anche Giuseppe Pinelli. La sua storia fece il giro d’Italia: morì in circostanze misteriose mentre si trovava in questura, precipitato dalla finestra dopo giorni di interrogatori. Secondo l’inchiesta giudiziaria, fu colpa di un malore attivo: si sentì male, si sporse dal balcone e cadde. Per gli anarchici, fu spinto e, in breve, si  riconobbe nel commissario Luigi Calabresi il nemico. Tanto più che, tre anni dopo, alcuni esponenti di Lotta Continua lo ammazzarono.

La violenza non terminò: le stragi continuarono, gli antagonismi anche. Esattamente quello che i veri colpevoli, i burattinai degli innocenti, volevano. D’altronde, secondo Vincenzo Vinciguerra, ex terrorista di Ordine Nuovo, la strategia della tensione, e dunque anche la strage di Piazza Fontana, fu voluta dalle istituzioni. Coinvolto nei processi sulle stragi di Bologna e Peteano, sostenne che in Italia, in quegli anni, esisteva “una struttura parallela alle forze armate, composta da civili e militari, con una funzione anti-comunista che era organizzare una resistenza sul suolo italiano contro l’esercito russo”.

Il riferimento a Gladio, la struttura stay-behind voluta dagli americani, è scontato.

“Una organizzazione segreta, una sovra-organizzazione con un rete di comunicazioni, armi ed esplosivi, ed uomini addestrati all’utilizzo delle stesse… una sovra-organizzazione, la quale mancando una invasione militare sovietica, assunse il compito, per conto della NATO, di prevenire una deriva a sinistra della nazione.“, aveva aggiunto. E in un’intervista al Guardian precisò: “La linea terroristica veniva eseguita da infiltrati, da persone all’interno degli apparati di sicurezza dello Stato, o collegate agli apparati di stato attraverso rapporti o collaborazioni”.

“Ogni singolo scandalo a partire dal 1969 ben si adattava in una matrice organizzata…”, aggiunse ancora nella stessa intervista. “Avanguardia Nazionale, come Ordine Nuovo erano pronti ad essere mobilitati in una battaglia come parte di una strategia anticomunista originata non con organizzazioni deviate dalle istituzioni di potere, ma dall’interno dello stato stesso, e specificatamente dall’interno dell’ambito delle relazioni di stato con l’Alleanza Atlantica.”

E’ importante sottolineare come, negli stessi anni, tra coloro che più di tutti potevano vantare rapporti tra la mafia, la massoneria e il terrorismo nero vi fosse il faccendiere Licio Gelli. Lo stesso che, in un’intervista del 2011, rivelò l’esistenza di diversi apparati statali “alternativi”, servizi segreti deviati che agivano verso un fine comune, la destabilizzazione: “Io avevo la P2, Andreotti l’Anello e Cossiga la Gladio”, raccontò.

Piazza Fontana fu al contempo la fine e l’inizio. L’epilogo di quei moti sessantottini che avevano scosso e investito l’Europa, il prologo di una lunga stagione del terrore, in cui gli estremismi si trasformarono in macchine di sangue. Nel ’76 morì anche il magistrato che aveva indagato sulla strage, Vittorio Occorsio. Era stato il primo ad ipotizzare che, dietro gli attentati si nascondesse una fitta ragnatela di interessi mafiosi, terroristici, massonici e statali. Lo uccise il “comandante” Pierluigi Concutelli, neofascista di Ordine Nuovo e tessera 11.070 della Loggia Massonica Camea -frequentata da uomini di Cosa Nostra-, come scoprì anni dopo Giovanni Falcone. Ennesimo punto di contatto tra diversi organismi anti-statali che si fondevano con lo Stato stesso, ammorbandolo.

Ma Piazza Fontana fu anche l’inizio di un lungo travaglio atto a scoprire la verità. Che ancora fatica a emergere. I depistaggi sono stati numerosissimi, altrettante le verità mancate. Di colpevoli, di fatto, non ve ne sono, nell’esasperazione dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime che pure si trovano, oggi, a far fronte all’ennesimo schiaffo: l’organizzazione dello sciopero nazionale proprio nel giorno delle celebrazioni della strage. Il giorno della memoria, per ricordarsi di quegli innocenti senza giustizia, uccisi da nessuno.

Nel 2005, infatti, venne confermata in Cassazione l’assoluzione dei presunti esecutori Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi, tutti appartenenti a Ordine Nuovo. Zorzi, nello specifico, ora vive in Giappone, vanta l’immunità. Assolti anche Franco Freda e Giovanni Ventura; le prove che dimostrassero la loro partecipazione all’attentato furono trovate troppo tardi, impossibile riportarli alla sbarra dopo un’assoluzione. E infine Carlo Digilio, che collaborò con la giustizia e si accusò. Raccontò gli scenari che si nascondevano dietro le stragi, ma, anche a causa di ictus che gli compromise le capacità mnemoniche, risultò attendibile solo quando incolpava se stesso, in qualità di esperto di armi ed esplosivi. Fu l’unico ad essere ritenuto colpevole, ma la sua posizione venne prescritta.

E’ morto, per ironia della sorte, il 12 dicembre del 2005. Aveva una nuova identità, si faceva chiamare Mario Rossi. Un nome comune, banale. Che permette di confondersi, di essere uno dei tanti. Magari uno innocente, uno ignaro. Uno sacrificabile.

Non lo era, questo l’ha salvato.
E qui sta tutto l’orrore.


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