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Sudan: perchè?
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sudan-Giuseppe Barcellona- Molti tra i richiedenti asilo che arrivano in Italia via Mare provengono dal Sudan zona di eterno conflitto, esiste una storia tutta italiana che pochissimi conoscono e che è giusto rendere nota. I Frati comboniani, la congregazione fondata da Daniele Comboni a metà dell’ottocento, si sono adoperati per oltre centocinquanta anni ad evangelizzare le popolazioni locali riuscendo a creare una comunità numerosissima con la nomina di vescovi indigeni ed a migliorare le condizioni di vita locali. I cristiani stanziati al sud furono sempre mal visti dai sudanesi del nord, in prevalenza musulmani, e con la complicità del governo centrale filo islamico furono perseguitati fino alla espulsione ratificata dal consiglio dei Ministri del Sudan nel 1964. Tra i frati missionari del Sudan vi furono parecchi martiri, sacerdoti di Cristo assassinati per la propria fede e dei quali non vi è una memoria collettiva che ne celebri il ricordo, tutto questo per una precisa volontà politica dell’occidente che influenzando i maggiori media tende ad oscurare la storia di questo paese. Il Sudan è stato per anni sotto il dominio inglese ed oggi è al centro di trame oscure, tra lo sfruttamento delle risorse petrolifere ed il giogo dei signori della guerra, è sede dei più loschi traffici gestiti da organizzazioni internazionali, dal traffico di armi, alla droga, al traffico di esseri umani, è una zona franca per preciso volere di qualcuno. La repubblica del Sudan nasce ufficialmente nel 1956 e si contraddistingue fin da subito per le profonde differenze tra il nord ed il sud, un problema molto simile alla questione meridionale italiana. La goccia che fece traboccare il vaso fu la decisione del governo di trasferire nelle raffinerie del nord il petrolio che abbondava al sud; i leader musulmani nordisti accusavano l’occidente di avere foraggiato i missionari cristiani al sud semplicemente per avere una posizione di privilegio nello sfruttamento del petrolio, nonostante i tentativi di mediazione della comunità internazionale fu guerra: la guerra del Darfur la più grande catastrofe umanitaria del pianeta secondo i rapporti dell’ O.N.U. Per approfondire l’argomento leggere il libro SERVITORI DEL VANGELO Dissensi Edizioni ed anche il libro LA BAMBINA DI SABBIA Sperling-Paperback Il libro La Bambina di sabbia di Halima Bashir narra le vicende di Halima Bashir un medico sudanese che combatte per il proprio popolo e per coronare il sogno di divenire un medico. Ci riesce tra indicibili sofferenze e peripezie, testimone della ferocia della guerra di cui porta i segni sul corpo dato che è stata oggetto di torture; Halima lotta in difesa delle bambine sudanesi, spesso vittime di abusi sessuali resi ancora più feroci dall’imbarbarimento della guerra. Il racconto Ed eccoli sui gommoni al largo della Sicilia, nei loro occhi la disperazione di quanto hanno vissuto è appena percettibile. Abbiamo raccolto la testimonianza di uno tra essi, Mohammed Khalid, questa è la sua storia. -Vivevo in un villaggio di un centinaio di capanne, coi musulmani ci rispettavamo; la mattina assieme ad altri bambini portavamo sulla testa una giara d’acqua più grande di noi. Certe volte il pozzo era secco, i beduini ed i loro cammelli ci avevano preceduto e così dovevamo andare all’altra sorgente che non aveva un’acqua pulita. Dopo averla bevuta a molti veniva la dissenteria quindi il giorno successivo andavamo prima dell’alba per essere sicuri di avere l’acqua buona. Faceva freddo, spesso vedevamo gli occhi luccicanti delle iene tutto intorno a noi e gli scorpioni erano una minaccia costante; un mio amico è stato bastonato dal padre perché ha rovesciato l’acqua, un altro è morto dopo tre giorni di agonia per un morso di serpente. Prima di andare a scuola dovevo far mangiare i buoi e concimare il terreno coi loro ed i nostri bisogni. I miei mi davano un sorso di latte di capra ed un pezzo di focaccia, poi quando tornavo dalla scuola irrigavo il pezzettino di terreno alle spalle della capanna. La sera il riso era sempre poco, ma la zuppa abbondante e gustosa; mia madre era una cuoca bravissima, lo dicevano tutti al villaggio. Prima che calasse il sole dovevamo procurarci dell’altro cibo, le coltivazioni non bastavano a sfamare tutti; così andavo a caccia con tutti i miei fratelli e mio padre. L’idea era di tornare con montagne di carne da fare arrosto ma la maggior parte delle volte portavamo a casa tutto ciò che trovavamo durante il cammino e che fosse commestibile: bacche, erbe, frutti, radici, lumache, lucertole, insetti. Spesso contendevamo alle iene la carcassa di qualche animale, quando erano due o tre esemplari riuscivamo a scacciarli urlando ed agitando i bastoni ma il più delle volte ci soverchiavano come numero e quindi dovevamo stare attenti a non trasformarci da cacciatori in prede. Dopo la caccia tornavo alla sorgente, serviva acqua per lavarci e cucinare, mi riducevo allo stremo delle forze. Benedicevo la stagione delle piogge, per quattro mesi l’anno l’acqua non mancava e per almeno due mesi potevamo anche pescare accumulando scorte di pesce salato per i mesi più caldi. Una volta abbiamo ucciso ed arrostito un coccodrillo, non ho mangiato carne più buona di quella prima che arrivassi in Italia. Questa era la mia giornata al villaggio, il giorno in cui compii nove anni mio padre mi prese in disparte e mi disse: “Sono orgoglioso di te, ma ora sei grande, devi cominciare a lavorare sul serio”. Non andai più a scuola, c’erano da scavare pozzi, coltivare i terreni dei più ricchi, riparare capanne e costruire attrezzi. Un giorno un vecchio di un villaggio vicino mi disse. “Tu e la tua famiglia siete cristiani” Io risposi di si. “Andatevene, ve lo diciamo per il vostro bene”. Lo riferii a mio padre, quella notte pregammo tutti insieme. Da un giorno all’altro tutti ci guardavano con odio, non ci salutavano, dicevano che la nostra famiglia portava sfortuna a tutto il villaggio; accusarono mio padre della siccità e di aver inquinato i pozzi. Mi picchiarono ma non dissi nulla, non volevo umiliare mio padre. Una mattina degli sconosciuti lo presero e lo portarono via con la forza; fu l’ultima volta che lo vidi. Violentarono davanti ai miei occhi mia madre e poi la sfregiarono. Uccisero i miei fratelli più grandi con un colpo di pistola ed a me dissero di andare a morire nel deserto che non avevano tempo ne di uccidere ne di seppellire un bambino bastardo, dovevano pensare alla guerra; non pensavamo che la guerra di cui parlava la radio arrivasse al nostro villaggio. Presi la via delle sorgenti, mi voltai a guardare gli altri bambini con i quali avevo giocato fino al giorno prima, mi lanciarono delle pietre; Daju imbracciava una mitragliatrice, gliela aveva regalata il capo della guerriglia. “Vattene o t’ammazzo”  mi urlò. Ero terrorizzato ma non mi persi d’animo, conoscevo quattro diversi pozzi prima di arrivare al grande villaggio in riva al fiume, con un po’ di fortuna ce l’avrei fatta  ma mi aspettava una terribile sorpresa. I pozzi e le sorgenti erano inquinati, una sostanza oleosa galleggiava sul pelo dell’acqua, emanava lo stesso olezzo del carburante che si usa per i trattori e le autovetture. Mio padre mi aveva detto che erano stati i gialli, lui chiamava così i cinesi che sfruttano i giacimenti petroliferi di tutto il Sudan; invece diedero la colpa a noi solo perché era scoppiata la guerra civile nel Darfur. Prima di morire dissetato mi raccolsero i beduini, per qualche mese mi sono occupato dei cammelli, aiutavo il maniscalco, cucinavo, trasportavo l’acqua, montavo le tende, custodivo le armi. Già, le armi. Quelle che gli americani regalavano ai guerriglieri di ambo le parti per fomentare la rivolta, innestare la secessione ed una volta diviso ed affamato il Sudan arrivare come salvatori e nella confusione della guerra prendere il posto delle compagnie petrolifere cinesi. Erano bellissimi quei fucili; io li preservavo dalla sabbia, li lucidavo, avevo anche imparato a montarli e smontarli, ma non ho mai sparato. Un giorno mi decisi di fuggire, il deserto era divenuto il centro delle ostilità disseminato di cadaveri e carcasse; nel tutti contro tutti i beduini erano il bersaglio preferito dato che entrambe le fazioni li accusavano di aiutare i rivali; e forse era vero. Mi rifugiai in una cittadina fatta di case in legno e pietra vivendo di espedienti e di lavori che un vecchietto mi faceva fare; mi cibavo dei suoi avanzi, riuscii a non morir di fame. Poi rasero al suolo il villaggio, morirono quasi tutti, io scappai per l’ennesima volta nel deserto e mi unii ad una carovana umana che si muoveva verso un campo profughi dell’ONU. Fu un’ecatombe ed anch’io avrei fatto la stessa fine se non avessi incrociato sul mio cammino un mezzo stracarico di uomini e speranza. Fu preso d’assalto da tutti noi disperati, ma qualcuno dal tetto cominciò a sparare all’impazzata; fui colpito di striscio ma rimasi in piedi. Era la mia ultima speranza. “Mohammed sei tu?” qualcuno gridò. “Fatelo salire” ordinò. Era Daju  il mio migliore amico, quello che al villaggio mi cacciò con la mitragliatrice in mano. “Dove andate” gli chiesi in un sibilo. “In Libia” udii prima di perdere del tutto le forze. Non so quanto durò il viaggio, ricordo che ogni tanto mi svegliavano per darmi da mangiare e da bere, il cibo cadeva dall’aria buttato giù da grossi aerei con dei paracadute. Quando ripresi conoscenza eravamo in una spiaggia, era la prima volta che vedevo il mare. C’era una barca fatta di legno marcio ma con un motore nuovissimo attaccato a poppa, aspettammo tre giorni il momento buono per partire. “Dove andiamo” chiesi. “In Sicilia a Lampedusa” mi fu detto. “Cosa andiamo a fare”. “Andiamo a lavorare”. Bene pensai, in tutta la mia vita oltre a fuggire non avevo fatto altro. Soffrimmo la sete, non sapevamo dove fossero le sorgenti. Che strano, morir di sete circondati dall’acqua. Molti non ce la fecero, non erano abituati alla siccità, venivano dalle grandi città del Sudan, quelle piene d’acqua e di mercati traboccanti di cibo. Fu dura, molto dura, ma alla fine arrivammo. Ci scaraventarono in mare e ci dissero: “Nuotate”. Mio padre aveva fatto lo stesso qualche anno prima, nel giorno di massima piena del fiume mi buttò in acqua e mi disse: “Nuota fino all’altra sponda”. “Padre io non so nuotare” gli risposi annaspando. Sollevò in aria il bastone e mi colpì alle gambe; lui mi bastonava sempre. Nuotai fino alla riva opposta. Pensai a lui quando stremato approdai sulla spiaggia siciliana, altri non ce la fecero; lo vidi sorridere accanto a me seduto su uno scoglio, pensavo che mi odiasse, mi sbagliavo. Un padre a volte deve farsi odiare per dimostrarti quanto ti ama, ora lo so. Ero in un altro mondo, ci trasbordarono quel giorno stesso dall’isola alla terraferma, scoprii in seguito che si trattava di un’altra isola: la Sicilia. Ci davano l’acqua in bottiglia e non dovevo percorrere chilometri ne scavare per trovarla. Ero molto lungo per la mia età, mi dissero di dire che avevo quattordici anni, avevo diritto all’asilo politico come rifugiato di guerra. “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” mi disse Daju. “Per questo siamo venuti qui”. “E quando lavoreremo?” gli chiesi. “Presto lo faremo, ma prima dobbiamo fuggire”. Bene pensai, in tutta la mia vita oltre a lavorare non avevo fatto altro. Quella notte incendiammo la casa che ci ospitava, scappammo tutti. Nel buio della notte le macchine sfrecciavano a tutta velocità, i loro fari sembravano gli occhi delle iene che ti seguono nel deserto prima di sferrare un attacco. Ma le iene di metallo erano nostre amiche, una di esse ci aspettava per portarci via. “Dove andiamo Daju?”. “A lavorare”. “Cosa faremo?”. “Gli agricoltori”. L’indomani fu il mio primo giorno di lavoro in Italia, dormimmo in una casa fatiscente e puzzolente, peggio della più consunta della capanne del mio villaggio. Ci fecero mangiare, ci interrogarono. “Ue guagliuncellu; quanti anni tieni?” mi disse il capo. Qualcuno rispose al mio posto. “Quindici, ne tiene quindici”. Ed incominciai a raccogliere pomodori, a riempire cassette e caricarle sui camion dodici ore al giorno. L’Italia è un posto meraviglioso, qui per lavorare ti pagano; mi davano dieci euro al giorno, misi da parte almeno mille euro ma una notte mi rubarono tutto; fu il mio capo, ne sono certo, ma non mi arrabbiai. Non sapevo che farne dei soldi. Ora saprei come spenderli, ora che sono malato e devo curarmi mi servirebbero”. Mohammed Khalid ha resistito ai pozzi avvelenati della sua terra ma non ai veleni dei campi in cui ha lavorato; prima di andarsene mi ha svelato un segreto che non aveva potuto confidare a nessuno. I co- responsabili della guerra nel Darfur sono dei soldati che non appartengono a nessun esercito ma che vengono assoldati come mercenari per compiere ignominiosi crimini la dove gli viene ordinato; in Sudan hanno armato entrambe le fazioni, inquinato e sabotato sorgenti d’acqua e pozzi petroliferi con il solo scopo di innescare una guerra fratricida che poi puntualmente è arrivata; e’ stata ed è un’ecatombe, la più grande tragedia umanitaria del pianeta. Questi mercenari non sono una banda di briganti, sono stati assoldati e mandati in Sudan col preciso compito di creare i presupposti per la guerra civile al fine di spodestare i cinesi nel controllo dei pozzi in vista dell’esaurimento delle risorse petrolifere. Questa compagnia militare ha un nome e cognome, si chiama “Blackwater” ed ha operato impunita sia in Afghanistan che in Iraq dove è stata seguita la stessa logica di armamenti che ha fomentato guerre e successive invasioni. Storie di migranti che percorrono la carambola del destino. L’occidente li mette in fuga, l’occidente li salva, l’occidente li uccide. Perché?  
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#darfur #guerra civile #petrolio #sudan
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