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Al terrorismo islamico non piace il calcio: i giocatori del Borussia dovevano morire
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isis-L-M.- «Morte alle celebrità pagane: attori, cantanti, atleti. Sono tutti sulla lista dello Stato Islamico». È la delirante giustificazione scritta al computer in  arabo, la rivendicazione dell’attentato contro l’autobus del Borussia Dortmund.

Secondo la Sueddeutsche Zeitung nella lettera di rivendicazione ritrovata vicino l’autobus si fa riferimento all’attentato contro un mercatino di Natale a Berlino e alle missioni dei Tornado tedeschi in Siria.

Gli inquirenti hanno anche fatto sapere che le tre detonazioni sono avvenute in simultanea, segno di una mano esperta dietro l’attacco. Gli ordigni, spiegano gli inquirenti, contenevano delle punte metalliche. Una di queste si è conficcata nel poggiatesta di uno dei sedili del bus.

Calcio e jihad, due sfere che più di una volta sono entrate in contatto.

Nel 2010 un uomo a bordo di un camion si è fatto esplodere per primo nei pressi dello stadio, sui cui spalti erano ammassati numerosi spettatori. Dopo la prima esplosione un altro attentatore kamikaze si è fatto saltare in aria tra le persone che erano accorse per soccorrere i feriti.

Le esplosioni sono avvenute mentre si affrontavano due squadre locali nella città di Tal Afar, in un campo non protetto da alcuna barriera. Tal Afar, non lontana dal confine con la Siria, è una cittadina a maggioranza sciita, teatro già in precedenza di sanguinosi attentati e di battaglie contro gli insorti legati ad Al Qaida.

Nel maggio 2016 almeno 16 persone hanno perso la vita e 20 sono rimaste ferite  a Samarra, città irachena sita a circa 125 chilometri a nord di Baghdad, a seguito di un attacco terroristico contro un club di supporters del Real Madrid, condotto da miliziani dell’Isis.

Erano tutti fan della squadra di calcio spagnola.

Secondo il presidente del club, Ziad Subhan, i jihadisti improvvisamente hanno fatto irruzione nel caffè, dove erano riuniti i tifosi, cominciando a sparare con armi automatiche indiscriminatamente sulla folla per poi fuggire.

L’Isis vieta di indossare capi che portano le marche di compagnie occidentali e squadre sportive», è quanto riportato su Twitter dal Memri (The Middle East Media Research InstituteJttm (Jihad and Terrorism Threat Monitor) con allegata la fotografia del manifesto che ha fatto il giro del mondo e che è finito sulle prime pagine di diversi quotidiani del vecchio continente.

Questo recita: «Per le regole di Ibrahim (la pace è su di lui) che Dio ha ordinato di seguire è assolutamente vietato vendere e indossare vestiti con i simboli e bandiere degli infedeli».

Il Ministero degli Esteri israeliano diramò un avviso di «minaccia altamente credibile» in merito alla partita di calcio tra Albania e Israele valida per le qualificazioni al mondiale.

Il Bureau antiterrorismo del Ministero degli Esteri israeliano invitò gli israeliani a non recarsi in Albania per la partita. Nella nota si leggeva che «negli ultimi giorni alcuni individui che si identificano con lo Stato Islamico -ISIS– sono stati arrestati nei Balcani. Quei sospetti e i loro associati stavano pianificando di effettuare diversi attentati terroristici su una serie di obiettivi nei Balcani tra i quali la partita di calcio tra Albania e Israele».

Tante sono anche le storie di calciatori legati a gruppi terroristici

Se Yann Nsaku non si fosse infortunato nel 2009 sarebbe passato dal Cannes al Portsmouth, invece dopo aver abbandonato il calcio professionistico a seguito di quell’infortunio, è stato arrestato col sospetto di far parte di una cellula di islamisti che preparava attentati contro comunità ebraiche.

In carcere c’è pure Nizar Trabelsi, fermato nel 2001 dopo l’attentato alle Torri Gemelle: era uno dei collegamenti tra Bin Laden e l’Europa, alle spalle un abbozzo di carriera da calciatore al Fortuna Dusseldorf.

Kassim Dahher, invece, giocava con i libanesi del Tadamon Sour che abbandonò per imbracciare il fucile con Hezbollah. E ancora Burak Karan, tedesco, titolare della Nazionale Under 17, morto in Siria, dopo essersi unito all’Islam radicale.

Tornando indietro di trent’anni infatti c’è Fatah Nussayef, portiere dell’Iraq al Mondiale del 1986 e morto nel ’91 durante la Prima guerra del Golfo; due Mondiali dopo, Usa ’94, nell’Arabia Saudita giocava Talal Jabreen, che ha visto anche le prigioni di Guantanamo.

E tra i 200 africani più forti del secolo si trova Boba Lobilo, protagonista della Coppa del Mondo dello Zaire del ’74: oggi è a capo di un gruppo di guerriglieri del “Movimento 23 marzo”, in Congo.

 

 


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#attentati #borussia #calcio #Islam #terrorismo
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