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“Processo per stupro”. L’avvocato Alessia Sorgato e la difesa delle donne
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stupro-Elisabetta Cannone- Giovane, determinata, preparata. Alessia Sorgato è una avvocata milanese che nella sua carriera di legale si è trovata su entrambi i fronti nei processi per violenza sulle donne. Un punto di vista privilegiato il suo, avendo difeso uomini accusati di stupro, o oggi a fianco di donne che in aula denunciano di essere vittime di violenza sessuale. La sua battaglia in difesa delle donne non la fa solo nelle aule dei tribunali, ma anche con libri. Uno di questi, “Giù le mani dalle donne”, edito da Mondadori, può ben essere un manuale su comportamenti da mettere in pratica per minimizzare il rischio di violenze. Anche a lei abbiamo chiesto qual è, dal punto di vista di una legale, la condizione in cui si svolge un processo di stupro oggi, difficoltà e successi che si sono ottenuti. Avvocata Sorgato, come ha iniziato a difendere le donne vittima di violenza? I miei primi 15 anni di carriera sono sicuramente “dall'altra parte”: difendevo gli accusati, non solo da giovane – quando lavoravo in studi altrui – ma anche quando mi sono messa in proprio. Devo ammettere che però, per reati contro donne e bambini, avevo comunque bisogno di sentire che il mio cliente fosse innocente. Sono passata di qua dalla barricata nel 2010, quando – in occasione di un convegno sullo stalking – ho conosciuto un’altra relatrice, una bravissima psicologa che dirigeva già all’epoca uno dei primi centri antiviolenza ospedalieri di Milano. Lei mi ha proposto di collaborare con loro e non ci siamo più separate. Può raccontare, da avvocata della vittima, come si svolge oggi un processo per stupro? Le cose sono molto cambiate. Per fortuna non si verifica più quel complesso di situazioni tra lo sgradevole e l’illecito di cui – prima – le donne potevano restare malamente oggetto. Mi riferisco a certe domande, a certi toni, a certo incalzare tipico di difese spregiudicate e aggressive. Com’era vestita? Quando aveva avuto il suo primo rapporto sessuale? Aveva mai tradito il sig. X? E così via, per intenderci. Ora i giudici impediscono questo genere di interrogatori che, non a caso, noi tecnicamente chiamiamo “vittimizzazione secondaria” perché riescono a ferire ancora persone già danneggiate dal reato. Come viene trattata la donna, da vittima o colpevolizzata? Beh, nessuno si presenta davanti ad un Tribunale italiano con l’etichetta di “veritiero” o di “mentitore”: la fiducia del giudice va sempre conquistata. Nei processi per reati endofamigliari (come i maltrattamenti e lo stalking) e vieppiù in quelli per stupro, si è soliti ripetere (e nelle sentenze lo si ritrova sempre) un principio generale, ossia che – trattandosi di episodi spesso senza testimoni – la parola della vittima da sola può sorreggere l’accusa, purché risulti attendibile dopo un attento scrutinio da parte del giudicante. In altre parole, non ci si attende certo che una terza persona abbia assistito al fatto e lo possa raccontare in quel modo neutro che solo un estraneo può adottare. È chiaro che è la donna a riferire cosa è accaduto. È molto importante che non si contraddica, soprattutto sugli aspetti fondamentali. Le dico che molte assoluzioni, che poi la stampa e la politica hanno usato come vessillo contro i giudici, sono frutto proprio di dichiarazioni della vittima inverosimili, o sconfessate da altri elementi. Capita che avvocati della difesa eccedano e che per assistere il proprio cliente facciano domande, insinuazioni poco rispettose, colpevolizzino la vittima, usino stereotipi di genere maschilisti e patriarcali? O che giudici si lascino andare a commenti, apprezzamenti fuori luogo, anche nelle sentenze? Come dicevo prima, direi che è un rischio molto minore attualmente. La letteratura scientifica da cui attingiamo (in particolare la psicologia e la vittimologia) per migliorare leggi e usi da adottare nelle aule ci impongono l’abbandono di quel modello. Se il giudice non vi si adegua (magari perché non esperto della materia o egli/ella stesso/a retrogrado/a), deve essere il legale di parte civile a pretendere che si evitino certi toni e certi interrogatori. Per questo è molto importante affidarsi a persone competenti e soprattutto molto esperte nella difesa delle vittime. La mia non è una specializzazione che insegnano all’Università. Da quel 1979, anno di “Processo per stupro”, a oggi cosa è cambiato nelle aule dei tribunali? Di tutto e di più. Non mi piacciono i numeri e ne ricordo pochissimi, ma i fatti, ecco quelli sì vanno tenuti a mente. Grazie anche all’impegno di persone di spicco nel mondo della cultura e della divulgazione (per esempio Franca Rame, che molto si batteva nelle aule della mia facoltà), per esempio agli inizi degli anni ‘90 le norme penali sulla violenza sessuale furono interamente riformate divenendo, per cominciare, delitto contro la libertà. Altre riforme epocali poi investirono le norme di procedura: io mi sono laureata nel 1993 con tesi sull’audizione protetta e all’epoca in Italia se ne era celebrata solo una, “stiracchiando” un articolo che parlava d’altro. Ora le vittime vulnerabili sono generalmente ascoltate così, dietro ad un vetro a specchio o a un paravento. E le Convenzioni internazionali poi hanno ammodernato le nostre leggi di pari passo con le tendenze e le esigenze maggiormente urgenti. Si pensi che, tra quella di Lanzarote e quella di Istanbul, da noi oggi si “parla” un diritto molto moderno. Peccato che in pochi lo conoscano. Le aule dei tribunali spesso possono essere il secondo luogo dove si consuma una nuova violenza nei confronti della donna abusata. A suo avviso cosa dovrebbe essere cambiato? Ma io non sono per i cambiamenti, almeno, non ora. Sono per la conoscenza e il miglioramento. Non perdo occasione per affermare che il nostro ormai è un sistema molto efficace (norme sostanziali e processuali fuse insieme), piuttosto mi batto perché sia conosciuto e rispettato. La frase che più mi sento ripetere – dalle clienti come nei convegni – è tuttora: “Non lo sapevo… ah, se lo avessi saputo!”, segno che siamo ancora pieni di paure stereotipate frutto di ignoranza dei propri diritti. Quante mi dicono di aver taciuto la violenza per paura delle domande degli avvocati? Per paura di rivedere lui in aula? Per paura di subire loro il processo? Leggere anche solo questo pezzo potrebbe diminuire quei timori… Che tipo di rapporto si instaura tra lei, legale, e la sua cliente vittima? C'è complicità per il fatto di essere donna o paura di essere giudicata? Credo che ogni avvocato conservi, sotto alla toga, la sua personalità, a prescindere dal tipo di diritto che applica e che coltiva. Io sono un’ottimista e un’ecumenica, ma non abdico al mio ruolo che, con la cliente, non si deve confondere con quello delle altre figure chiave: psicologa, assistente sociale, giudice. Io accompagno la donna nel suo percorso processuale, le spiego cosa accadrà, se posso le mostro persino l’aula dove verrà sentita e, se vuole, la faccio assistere al processo di un’altra, così che si renda conto di come vanno le cose. Non mi confondo con l’amica, la confidente o la mamma. Se serve, sgrido. Se necessario, mi oppongo. Ma loro sanno che le difendo, e questo conforta loro e fortifica me. Qual è, in generale, lo stato emotivo con cui queste donne affrontano l'inizio del processo e arrivano alla sua conclusione? All’inizio si vede di tutto, proprio perché anche la vittima è soprattutto se stessa. C’è quella che non vuole raccontare nulla, quella che invece è un fiume in piena. Quella a cui persino tu fai fatica a credere e quella che sembrava predestinata a certi eventi. Mai pendere dalle labbra della propria cliente, tenerla sempre in allerta, devi farti rispettare in quell’aula. Inevitabilmente il momento dell’audizione è per tutte una prova, fisica e psicologica. Non ce n’è una che non esca stanca, stravolta spesso in lacrime. Ma tutte, poi, mi hanno detto la stessa cosa: ora sono più leggera. È infatti un passaggio di consegne la testimonianza, in cui il pesantissimo fardello del ricordo si trasferisce nelle mani di noi operatori. Intervistando un magistrato, questi diceva che nel dibattimento ovviamente deve essere provata la violenza e che è molto più difficile quando tra i due soggetti c'è un legame sentimentale e rapporti sessuali consensuali. Come si fa a dimostrare e far capire che un NO anche in coppia se ignorato fa scattare la violenza? Come si può dimostrare la violenza e rendere “credibile” la testimonianza di lei senza costringerla a rivivere quell'incubo? Ecco, mi permetta di non rispondere a questa domanda. Non voglio tenere per me il “know how”, chiamiamolo così, ma anche se sono diventata una grande divulgatrice (tra la pubblicazione del libro e le ormai oltre 100 presentazioni che ne abbiamo fatto in giro per l’Italia), resto un difensore della verità e della sincerità e poiché purtroppo mi accorgo che, se ci sono 100 donne credibili perché hanno davvero subìto, ce ne sono 5 che lo sembrano perché hanno imparato come farsi credere anche quando mentono, ecco, almeno che non sia io a dar loro le dritte per incastrare un uomo innocente. Nei processi per stupro, a differenza di quelli per altri reati come lo scippo, sembra esserci la tendenza a cercare una sorta di corresponsabilità, quasi colpevolezza della vittima (come ti vesti, come ti atteggi, se era tardi di sera, se parli e scherzi con uno sconosciuto). Perché c'è così resistenza a riconoscere lo stupro come violenza senza la complicità della vittima ? È un retaggio di cultura patriarcale? Mi scusi ma non sono affatto d’accordo che quanto Lei riassume sia la regola. Può essere per carità, altrove, e io non ho gli strumenti per risponderLe se non, come ho già ribadito prima, adducendo la colpa all’ignoranza, anche dei giudici, anche dei colleghi. Ma nelle aule dove ho lavorato io non ci si è nemmeno azzardati a rivolgere certe domande. O meglio, una volta è successo, ma davanti al Tribunale dei Minori e con tutto il garbo che in quel consesso si esige. C'è un caso che le è rimasto in mente più di altri, al di là della sentenza di condanna o assoluzione e perché? Ogni volta che chiudo un caso so che il prossimo sarà peggiore, in un senso o nell’altro. Vede, quando si accumula esperienza, come nel mio caso, si acquisiscono dei meccanismi quasi automatici di interpretazione, di previsione. Ma noi maneggiamo materiale umano, non metalli né formule chimiche. Nel mio mondo non ci sono certezze perché ciascuno dei protagonisti del caso è un essere e come tale sfugge dai cliché. Ecco perché so che quel che verrà sarà sempre diverso, più atroce, più indimenticabile di quel che è stato. Da avvocata cosa ha rappresentato per te Tina Lagostena Bassi? Ero una ragazzina e sì, me la ricordo bene. Una vera pioniera. Ma quanti anni ci sono voluti perché una donna potesse vestire la toga del penalista senza troppe storie? Io stessa, che ho iniziato questo, non lavoro né mestiere, ma stile di vita - durante Mani Pulite, ero una delle pochissime, ma davvero pochissime. Ora come ora credo che i numeri si siano già ribaltati.
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