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Isis in Sinai: l’inizio della fine
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isis-Monica Mistretta- A mettere fine alla provincia dell’Isis in Sinai non sarà una coalizione internazionale. Nessuno bombarderà le postazioni dei terroristi nel deserto. A decretare la loro fine saranno probabilmente le milizie locali delle tribù beduine con l’appoggio dell’esercito egiziano. La guerra è già cominciata: sabato scorso i corpi di tre decapitati, un padre e i suoi due figli, sono stati ritrovati nel nord del Sinai, ad Al-Arish. È la fine che gli uomini dell’Isis riservano ai collaboratori dell’esercito egiziano. I decapitati appartenevano alle tribù beduine del Sinai. Nell’ultimo mese nella regione i rapimenti sono diventati una costante: i beduini vengono sequestrati dai miliziani dell’Isis. Qualche volta i corpi riemergono mutilati. Altre volte a uccidere è un attacco con autobomba. Le tribù rispondono: quella dei Tarabin, una delle più potenti, alla fine di aprile ha catturato un miliziano dell’Isis e gli ha dato fuoco. Sono passati due anni e mezzo da quando Ansar Bait al-Maqdis, il gruppo islamista che riuniva le organizzazioni jihadiste nel nord del Sinai, ha giurato fedeltà al califfo Abu Bakr al Baghdadi.Da allora, secondo un report del quotidiano arabo ‘Al-Arabi Al-Jadeed’, gli uomini dell’Isis avrebbero ucciso 300 beduini e ne avrebbero decapitati altri 200 con l’accusa di collaborazione con l’esercito del presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi. Eppure, malgrado le tensioni, fino a oggi tra le tribù e la provincia dell’Isis si era mantenuto un certo equilibrio. Basato soprattutto sugli affari e sulla spartizione del controllo delle rotte nel deserto. L’Isis a nord, lungo la costa e al confine con Gaza, le tribù a sud. Una delle più potenti, i Tarabin, controlla il territorio meridionale di Rafah fino al centro del Sinai: la tribù è la più vicina alle posizioni e alle rotte dell’Isis nel nord del deserto. Come gli uomini del califfo, i Tarabin hanno una milizia, solide finanze e armamenti di nuova generazione. Le armi in Sinai ce le hanno tutti. Alla caduta di Gheddafi gli arsenali del regime libico sono caduti nelle mani delle milizie in guerra. La maggior parte sono finite in Egitto: di qui ancora oggi continuano a transitare verso ilSinai e Gaza, percorrendo le rotte del deserto controllate da tribù e miliziani. Un giro di affari da milioni di dollari. Molte di queste armi raggiungono la Siria, ma passano sempre per le rotte e i porti del Sinai. Russia, Italia, Francia, Gran Bretagna e Nord Corea erano stati i principali fornitori di armi a Gheddafi: avevano venduto le ultime partite poco prima dello scoppio della rivolta nel 2011. Forse lo fanno ancora. Missili Grad, missili anti-carro di nuova generazione, missili di difesa aerea Strela, gli ultimi modelli di Kalashnikov, fucili austriaci Steyr, mitragliatrici pesanti sovietiche DShK: le armi viaggiano chiuse nei camion e passano di mano in mano arricchendo tutti. Gli appuntamenti nel deserto si danno utilizzando telefoni satellitari o, ancora meglio, sfruttando l’appoggio dei residenti locali. Tutti hanno da guadagnare. Ma queste armi, così nuove e super tecnologiche, avevano bisogno di tecnici per essere valutate e utilizzate. E i tecnici sono arrivati da Gaza e dalla Libia: molti di loro sono entrati nelle fila dell’Isis in Sinai. Ed ecco da dove è arrivata la maggior parte degli uomini che hanno creato la provincia del califfo in Sinai: Gaza e Libia. Alcuni sono egiziani della Valle del Nilo, pochi sono beduini. Superano appena i 500 uomini, secondo fonti locali. Il mese scorso l’equilibrio si è spezzato. Anche le roccaforti dell’Isis in Siria e Iraq stanno per cadere. Molti quotidiani locali sostengono che la disputa tra l’Isis e le tribù del Sinai sarebbe sorta in merito al contrabbando di sigarette verso la Striscia di Gaza. Un traffico che sarebbe controllato dalla tribù dei Tarabin e ritenuto “haram”, illecito secondo i canoni islamici, dai miliziani dell’Isis. Ma è difficile credere che, con tutte le armi e i dollari che transitano per la zona, siano state le sigarette ad accendere la discordia. Una data è certa: il 29 aprile i Tarabin hanno pubblicato un appello chiamando le altre tribù del Sinai a unirsi nella lotta contro l’Isis. Alcune hanno offerto il loro appoggio. È probabile che sia stato già raggiunto un accordo di collaborazione con l’esercito egiziano. Al Sisi ha tutto da guadagnare dall’alleanza con le milizie tribali: fino a oggi in Sinai contro l’Isis ha perso uomini e mezzi senza ottenere alcun risultato apprezzabile. Soprattutto per mancanza di informazioni sul campo. L’ultima provincia del califfo sta per cadere. Ma in Sinai i traffici non si fermeranno. Le tribù beduine del deserto acquisiranno nuovo credito in Egitto: chi le disarmerà quando tutto sarà finito? Chi sarà interessato o almeno in grado di chiudere il milionario corridoio delle armi tra Libia, Gaza e il Vicino Oriente?  
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#armi #Isis #Sinai #terrorismo
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