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Speciale via D’Amelio. Antonio Vullo: l’unico sopravvissuto

Speciale via D’Amelio. Antonio Vullo: l’unico sopravvissuto

La testimonianza toccante di Antonio Vullo, l’autista di Paolo Borsellino, unico sopravvissuto alla strage di Via D’Amelio.

antonio vullo– R.C.-   Quel pomeriggio del 19 luglio 1992 in via Mariano D’Amelio arrivarono due auto blindate: la scorta Quarto Savona 21, da cinquantasei giorni aveva un compito difficile, proteggere “un cadavere che cammina”. 

Dalla prima macchina scesero due agenti,Claudio Traina e Vincenzo Li Muli,per la –bonifica-,  per controllare che tutto fosse a posto. “Tutto tranquillo, Agostino, puoi fare scendere il dottore”. Scesero il capo scorta Agostino Catalano, l’agente Emanuela Loi ed il giudice Paolo Borsellino.

Poco più indietro, a copertura, l’agente Eddie Walter Cosina, mentre Antonio Vullo riportò l’auto all’inizio della strada. Vullo, l’unico superstite alla strage, dalla macchina osservò il magistrato che, circondato  dai colleghi, si avvicinava all’abitazione della madre. Pensò “Non è una bella situazione, via D’Amelio è un budello, bisogna entrare in fila indiana ed uscire in retromarcia. Guarda quante auto parcheggiate!”. Antonio Vullo diede un’occhiata all’orologio mentre il procuratore Borsellino suonava il campanello dell’abitazione della madre.

Si scatenò all’improvviso l’inferno, la 126 imbottita di tritolo esplose uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti Loi, Li Muli, Catalano, Cosina e Traina. Dopo la tremenda esplosione, l’autista ferito e stordito uscì dalla macchina per cercare di prestare soccorso ai colleghi, fu investito da una nuvola di fumo incandescente, attorno a sé solo un mondo di morti, un’atmosfera irreale.

Gli inquirenti gli domandarono se avesse notato qualcosa dopo l’attentato, Vullo rispose “Niente, solo brandelli di colleghi”. Nulla e nessuno potrà mai fargli dimenticare quel giorno, quella storia, la vista annebbiata, il fumo, l’odore acre, niente cancellerà quelle immagini.

Antonio Vullo fatica a raccontare il suo indelebile incubo,  spesso la notte si sveglia, accende tutte le luci perché ha paura di camminare al buio, teme di camminare sui corpi fatti a pezzi dei colleghi, come quel terribile 19 luglio, dopo quel giorno, un percorso di incubi, notti insonni, di farmaci inutili a cancellare il ricordo, a lenire il dolore.

E’ precocemente invecchiato, soffre di seri disturbi fisici e psicologici, ha meno di cinquant’anni, ma ne dimostra almeno dieci di più.

Il dottore ha sorriso, si è acceso una sigaretta. E poi…”. Vullo non si sente un sopravvissuto per uno strano disegno del destino “… penso che siano stati i miei colleghi a proteggermi. Non so come”.

Poi, il racconto “Eravamo andati a prendere il dottore, che ci aveva telefonato, per accompagnarlo dalla madre. Siamo arrivati. Il magistrato ed i ragazzi sono scesi dalle macchine. Ho visto Borsellino che si è rivolto ai colleghi dicendo qualcosa mentre sorrideva, ha acceso una sigaretta ed ha suonato il campanello…”

Vullo s’interrompe, non riesce più a raccontare, ma non dimenticherà mai l’ultima sigaretta, l’ultimo sorriso di Paolo Borsellino.

 

 

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