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Il professor Paolo Giaccone: un eroe dimenticato. Il ricordo della figlia Milly
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-Redazione- L' 11 agosto 1982 moriva, ucciso da killer mafiosiPaolo Giaccone, l'eroico medico che si rifiutò di modificare una perizia per "salvare" dall'ergastolo un assassino.

Di seguito il ricordo della figlia, Milly

Dovevo esserci anch'io quel mattino. Ogni giorno insieme da casa all'Ospedale, verso il nostro lavoro così diverso eppure uguale negli intenti: tu Professore con i tuoi studi, il tuo laboratorio, con le tue analisi, ed io studentessa in Medicina. Io non c'ero. Meno male? Per quello che ho passato in questi anni direi che sarebbe stato meglio finirla quel caldo giorno accanto a te, insieme come eravamo vissuti. Ma se guardo gli occhi profondi dei miei figli dico che, forse, è giusto che abbia passato la soglia del dolore, che l'ansia e l'angoscia mi abbiano rapita la vita per lungo tempo. Non esiste controprova, comunque. Ho sempre cercato di immaginare quello che era accaduto nel vialetto alberato, tra le auto posteggiate e sull'asfalto caldo che accolse il tuo corpo. Quei due che attendevano il tuo arrivo ... il "palo" fuori dall'Ospedale dentro una 126. Le otto e un quarto. Posteggi l'auto, ti avvii al tuo giorno ... ti avvicinano, forse ti chiamano, e sparano con due pistole ... due proiettili alla tua sinistra ... cadi su quel lato e ... dopo ... un altro colpo alla tua destra. Crolli sull'asfalto e con te cade il tuo mondo, il nostro mondo. E' tutto finito. Gli assassini fuggono, scavalcano il muro di cinta dell'Ospedale ... vengono visti su una potente moto, uno di loro ha una smorfia di riso sulle labbra. Al primo uomo che ti soccorre, qualcuno con un camice bianco dice: " E' il Professore Giaccone". Poi gli assassini vanno ancora ad ammazzare. E' tutto qui il tuo giorno di morte. Essere stata assente in quel momento... è stato il mio incubo. Quando ti hanno ricomposto nella bara, dicendomi (per pietà) che non avevi subito autopsia, ti ho guardato, gridando col pensiero: "Basta! Non scherzare più!" E il freddo mi avvolge...Mi chino per baciarti la fronte, ed il freddo mi avvolge le membra, il cuore, il cervello e la vita... La sensazione del dolore la provai in quel momento: è freddo, il dolore, avvolgente... Come un ragno che trattiene l'insetto nella ragnatela, così il dolore ha avvolto il mio animo. Da quel momento ho capito che non eri più accanto a me...”.

Paolo Giaccone era un medico; uno dei maggiori esperti italiani nel suo campo, la medicina legale. Una persona normalissima, con una famiglia, una casa, un lavoro nel quale si era conquistato grande rispetto da parte di tutti i colleghi. Un esempio evidente di come a chiunque possa capitare di imbattersi nella mafia.

Bravissimo  nel suo lavoro, tanto da mettere a punto una tecnica investigativa che sarebbe stata ripresa anche dall' FBI.

Ma ad un certo punto il destino lo mise alla prova: nei primi mesi del 1982 il tribunale di Palermo gli affidò una perizia riguardante un'impronta rinvenuta sulla scena di un agguato mafioso avvenuto pochi giorni prima a Bagheria.
L'impronta risultò essere di Giuseppe Marchese, nipote del boss di Corso dei Mille Filippo Marchese. La scoperta di Giaccone era rilevante, in quanto consisteva nell'unica grande prova disponibile per l'indagine.

Iniziarono le pressioni, con le richieste di "aggiustare" il referto della perizia.

Fu proprio l'avvocato di Marchese, il primo a chiamare il medico con la proposta di "ammorbidire" il risultato delle analisi, ma Giaccone rispose in maniera decisa: "no avvocato, queste cose a me non deve chiederle".

Decretando così la sua condanna a morte.

 Alla telefonata del legale ne succedettero altre durante le notti successive, con ripetute minacce alle quali però il medico legale decise di non dare peso. Sapeva che cedendo al ricatto avrebbe decretato l'innocenza di un assassino, e che per questo i familiari delle vittime non avrebbero avuto giustizia.

 Paolo Giaccone avrebbe potuto pensare alla sua di famiglia, alla sua carriera di successo, alle sue passioni, e decidere di assecondare quell'unica richiesta, ma la sua coscienza non glielo permise.

E la mattina di quell’11 agosto pagò per la sua coerenza.

Per l'omicidio venne condannato Salvatore Rotolo, mentre l'avvocato di Marchese finì in carcere per le minacce. 
Giuseppe Marchese venne condannato all'ergastolo.

11 agosto 2017

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