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Intervista. L’avvocato Ermanno Zancla: “Episodio di Trento? Figlio di indebolimento Avvocatura”
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Avv. Ermanno Zancla

-Elisabetta Cannone - Episodio sporadico o prassi di un comportamento che fa parte sempre più della quotidianità? Quello di Trento, episodio in cui un giudice zittisce aspramente un noto avvocato palermitano durante la sua arringa, il penalista Stefano Giordano, apre un dibattito sul rapporto tra avvocati e magistrati nel momento in cui le Camere penali raccolgono firme per indire il referendum sulla separazione delle carriere.

Per avere capire qual è oggi la situazione che si vive nelle aule dei tribunali e comprendere meglio il clima che si respira nel quotidiano, abbiamo intervistato l’avvocato penalista Ermanno Zancla, coordinatore regionale per la Sicilia dell’UFTDU (Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani), organismo che riunisce non solo avvocati ma anche cultori del diritto.

Qual è lo scenario entro cui inquadrare l’episodio di Trento che tanto ha fatto scrivere la stampa?

Quanto accaduto pochi giorni fa in un’aula di Tribunale del Riesame di Trento ritengo si possa ascrivere all’interno di dinamiche molto eterogenee e che purtroppo provengono da lontano. Innanzitutto dall’indebolimento dell’Avvocatura come livello di formazione e dovuto ai grandi numeri che non possono garantire qualità, con un accesso indiscriminato alla professione e di una Università che non prepara a questo tipo di professione. Nonostante le riforme che si sono succedute e che hanno riguardato la facoltà di Giurisprudenza, infatti, non si è ancora arrivati a formare in maniera adeguata gli studenti. Chi frequenta questa facoltà spesso non sa esattamente cosa vuole fare e punta indiscriminatamente a varie carriere. Esiste poi anche una responsabilità da parte delle nostre forme di autogoverno che non sono riuscite a gestire questa situazione. Sommando tutti questi elementi è evidente che in un mercato che rende poco e con un numero sempre maggiore di avvocati si è abbassato lo standard qualitativo. Questo a sua volta comporta figure professionali non sempre all’altezza del proprio ruolo. Purtroppo devo constatare che come diceva l’avvocato Fulvio Croce “Una cosa è fare l’avvocato, un’altra cosa è essere avvocato”. E molti avvocati fanno questo mestiere senza avere reale contezza – a mio parere – di quali siano le regole base nei rapporti con colleghi o magistrati e comunque non percepiscono l’altezza, la dignità e quindi la gravosità dell’impegno di una professione come la nostra. Quello che ho appena descritto rappresenta un terreno fertile che consente a molti magistrati di comportarsi come credono, magari perché influenzati da un determinato carattere che nessuno gli ha mai contestato. Se questo poi non trova, come capita, alcun tipo di correzione né all’interno né all’esterno del sistema, è facile che si verifichino delle derive ed episodi come quelli di Trento. Nel corso degli ultimi anni, peraltro, si è assistito a un diverso atteggiamento nei confronti dei giudici: oggi un magistrato che ritiene che gli avvocati siano quasi di intralcio al suo lavoro e che la macchina della giustizia sarebbe addirittura perfetta se non ci fossero è considerato un buon magistrato, lodato se non temuto. A questo si aggiunge anche una certa deriva della stessa opinione pubblica che ha iniziato a vedere la magistratura quale unica paladina della giustizia, della legalità, della civiltà. Dall’altra parte si scaglia contro la figura dell’avvocato che diventa colui che difende chi ha di sicuro commesso un reato e quindi rappresenta la parte sbagliata. Anche la politica ha le sue responsabilità, non sono passati molti anni da quando alcune forze politiche si lanciavano in attacchi inusitati e di qualsiasi tipo contro i giudici. Favorendo, come dicevo prima, una difesa incondizionata ai magistrati. Non è un caso quindi che la fascinazione con cui viene prospettato questo ruolo ha portato molti giovani a iniziare la pratica di avvocato in attesa di vincere il concorso in magistratura. Quando questo non si verifica ci si trova davanti una schiera di giovani colleghi che vivono questo ruolo come un ripiego e una sconfitta.

Qual è secondo lei la lettura da dare quindi all’episodio di Trento?

Si è trattato semplicemente dell’incontro tra un avvocato preparato, per bene, dotato di una dialettica forte e decisa con un giudice molto probabilmente abituato a gestire il suo ufficio in maniera, come dire, molto personale. Complice di quel comportamento credo ci sia l‘assenza di “cuscinetti”, giustificabile dalla realtà piccola qual è quella di Trento, in cui è immaginabile una situazione di sudditanza psicologica da parte degli avvocati. Basta leggere, ad esempio, le dichiarazioni del Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Trento.  

E la “difesa” degli organismi di categoria, come si sono comportati in questa vicenda?

Prendo atto che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Trento di fatto ha preso le parti del magistrato, l’Aiga – che è l’altra grande organizzazione dei giovani avvocati di Trento -, non ha trattato sul suo sito, per quello che ho visto, la vicenda. Per quanto riguarda la Camera Penale di Trento, considerando che il collega è un penalista, non è affatto intervenuta. Voglio sottolineare che quando un avvocato fa bene il proprio lavoro deve ricevere il rispetto di tutti, lo stesso che si deve al pubblico ministero e al presidente. Quest’ultimo deve garantire che tutto si svolga nel clima più equilibrato e corretto. Il fatto che reputo grave è che tanti avvocati, oggi, non sappiano farsi rispettare in una aula e questo nella quotidianità scivola in una prassi e comportamenti sconfortanti.

La separazione delle carriere è, o potrebbe essere, una soluzione?

In linea di principio ritengo che sia giusta perché l’essere colleghi (tra giudici e pubblici ministeri, ndr), avere una carriera insieme ed essere di fatto fianco a fianco inevitabilmente crea l’effetto di corporazione. Che è ancor più forte in tribunali piccoli. Il vero problema non è che il giudice si infastidisca, ma il fatto che lo esterni in pubblica udienza. La circostanza che lo abbia fatto anche in una maniera così poco elegante testimonia probabilmente che non è avvezzo ad avere contrappesi.

Di quell’affermazione, nello specifico, cosa pensa?

È di una sciocchezza incredibile. Dire a un avvocato, peraltro figlio del Presidente del Maxi Processo, abituato a lavorare in un tribunale importante, il tribunale di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e parlare così della città da cui provengono attualmente le due massime cariche dello Stato, ovvero il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Senato, Pietro Grasso, detto da una persona che emette sentenze in nome della Repubblica Italiana lo trovo davvero paradossale.

25 settembre 2017

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