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Libano: Hariri, le banche e le sanzioni
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-di Monica Mistretta- Vittima di un tentativo di omicidio orchestrato da Hezbollah oppure ostaggio dell’Arabia Saudita? Da sabato scorso, quando ha dato le dimissioni dall'incarico di primo ministro del Libano,  Saad Hariri è il protagonista della teoria del complotto. La lettura politica più amata in Medio Oriente.

Hariri, figlio di Rafik, il leader sunnita libanese assassinato a Beirut nel 2005, aveva assunto la carica di primo ministro alla fine del 2016. Un passo tormentato, preso in disaccordo con i sauditi in un momento delicatissimo per il Libano. Il paese da anni stava attraversando una situazione politica di stallo dalla quale sembrava che non ci fosse più via di uscita. Da una parte gli sciiti di Hezbollah, impegnati militarmente in Siria al fianco dell’Iran, dall'altra i sunniti libanesi, alleati dei ribelli anti Assad. E in Libano nessun presidente, nessuna coalizione di governo stabile.

Poi, alla fine di ottobre del 2016, l’accordo. Alla presidenza viene eletto Michel Aoun, cristiano, allineato con Hezbollah. Alla carica di primo ministro arriva Saad Hariri, sunnita, vicinissimo ai sauditi. Il fragile equilibrio regge.

Il Libano, che è uno degli stati con il più alto tasso di indebitamento al mondo, finalmente il mese scorso riesce ad approvare il primo budget dal 2005. Uno dei pochi, importanti obiettivi raggiunti dalla nuova coalizione di governo.

Poi, improvvisamente, la situazione precipita. Venerdì 3 novembre Hariri incontra a Beirut l’iraniano Ali Akbar Velayati, consigliere per la politica estera dell’Ayatollah Ali Khamanei.  Il giorno dopo vola a Riyad dai sauditi. Per il primo ministro libanese, abituato a bilanciarsi tra i due rivali regionali, Iran e Arabia Saudita, è quasi routine.  E invece domenica, mentre si trova ancora in Arabia Saudita, Hariri annuncia le dimissioni con un messaggio trasmesso da Al Arabiya, l’emittente televisiva saudita.

Allo 8.00 di sera dello stesso giorno gli Houthi, gli sciiti yemeniti sostenuti dall'Iran, lanciano un missile su Riyad. Il missile viene intercettato dalla difesa aerea saudita.

Domenica sera il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, rivolge un discorso alla nazione e dichiara che le dimissioni di Hariri sono state imposte dall'Arabia Saudita. In Libano comincia a circolare la voce che il primo ministro libanese sia trattenuto ostaggio a Riyad.

Oggi il presidente libanese Michel Aoun ha messo un punto fermo sulla vicenda: le dimissioni di Hariri saranno accettate solo quando farà ritorno in Libano. Adesso le preoccupazioni maggiori sono economiche, oltre che politiche.

Il presidente Aoun oggi ha incontrato il ministro delle Finanze,  Ali Hassan Khalil, e il governatore della banca centrale libanese. Khalil ha cercato di rassicurare i mercati internazionali escludendo possibili pericoli per l’economia e la moneta libanese. Ma l’imminente caduta del governo rimette in discussione tutti gli assetti, soprattutto quelli economici.

Il leader druso Walid Jumblatt ha pensato di inquadrare la situazione per tutti: l’economia libanese è troppo debole per affrontare le conseguenze delle dimissioni di Hariri. “Non riusciremo a cacciare gli iraniani dal Libano”. Lo pensava anche Hariri, che aveva trovato un compromesso con la loro influenza politica ed economica.

Il colpo mortale alla sua politica probabilmente è arrivato con le sanzioni statunitensi contro Hezbollah, approvate dal Congresso il 25 ottobre. Un emendamento a quelle già varate nel 2015 dall'amministrazione Obama, all'epoca ben presto disattese.

Era bastata qualche esplosione d'avvertimento contro i dispositivi bancomat, rigorosamente non rivendicata, perché il messaggio fosse recepito dalle banche libanesi. Nessuno aveva intenzione di entrare nella “black list” di Hezbollah. L'ingente flusso finanziario della milizia libanese aveva cominciato a scorrere nuovamente nei circuiti bancari del paese.

Il primo ministro Hariri aveva fatto di tutto perché gli Stati Uniti non imponessero nuove sanzioni. A luglio, nel corso della sua visita a Washington, aveva fatto tappa nel quartier generale della Banca Mondiale. Lì aveva puntualizzato che il suo primo compito era quello di proteggere la stabilità e l’economia del suo paese. Aveva invitato le autorità statunitensi a non colpire le banche libanesi con nuove sanzioni contro Hezbollah. Hariri ci aveva provato.

Le sanzioni erano nell'aria. Qualche banca aveva già preso le sue precauzioni. A giungo la HSBC Bank Middle East Limited, sussidiaria libanese del colosso bancario di Londra, aveva ceduto tutte le sue attività alla libanese Blom Bank.

Anche uno dei fratelli del primo ministro libanese doveva aver sentito puzza di bruciato. In giugno Ayman Rafik Hariri aveva raggiunto un accordo per la cessione delle sue quote azionarie nella BankMed. Vendute al magnate giordano Alaa Al Khawaja. Certo, la maggioranza delle quote rimaneva nelle mani della famiglia Hariri, ma qualcuno aveva scelto di tirarsene fuori per tempo.

Colpire con le sanzioni Hezbollah, significa colpire tutti in Libano: le reti sciite di finanziamento che fanno capo all’Iran, ma anche le famiglie sunnite che hanno in mano il sistema bancario. Prima fra tutte, la famiglia Hariri.

Il Libano è diviso nella politica, ma maledettamente  interdipendente nell'economia. Hariri, che non ha saputo allontanare la tempesta delle nuove sanzioni statunitensi, è rimasto vittima di un gioco troppo grande, anche per lui.

6/11/2017

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