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Stragi. Le procure continuano ad indagare: e i professionisti del dubbio?

Stragi. Le procure continuano ad indagare: e i professionisti del dubbio?

-R.C.- Oramai è ufficiale: il dna rinvenuto sul luogo della strage di Capaci non appartiene a nessuno degli imputati condannati quali mandanti, quel dna è riconducibile ad un soggetto di sesso femminile.

Con tutti i benefici doverosi della casualità.

Ma è un brutto colpo per i professionisti del dubbio e del negazionismo.

La presenza femminile sullo scenario delle stragi non è ipotesi nuova; in via Fauro e in via Palestro, nel 1993, la presenza di una donna venne notata e riportata agli inquirenti da diversi testimoni che  “hanno riferito di una donna sui venticinque anni e  di un uomo sui trent’anni”.

 Secondo un teste “la donna poteva anche portare una parrucca”.

 Poi si fa riferimento ad “un uomo con i capelli lunghi, raccolti, e una donna bionda, indicati da due testimoni pochi minuti prima dell’arrivo dei vigili urbani e dei vigili del fuoco, a bordo di una Fiat Uno grigia parcheggiata nello stesso luogo dove è stata posizionata l’auto per l’attentato”.

Addirittura un documento del ministero dell’Interno, protocollato,  conferma l’identikit di questa misteriosa donna.

Giornalisti come Stefania Limiti e collaboratori di giustizia, Consolato Villani, hanno fatto chiaro riferimento al “Mistero della donna bionda”.

Un secondo cantiere, non di matrice mafiosa, è stato ipotizzato come supporto a quello di Cosa Nostra.

Rammentiamo le motivazioni della sentenza della Corte d’Assise “Ambienti esterni a Cosa Nostra  si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti ed incoraggiandone le azioni”.

Ripetiamo, un brutto colpo per i professionisti del dubbio: le procure continuano ad indagare e i pubblici ministeri a fare il loro mestiere senza rassegnarsi e ogni tanto ecco saltare fuori qualcosa di nuovo.

Ovviamente i pm che non si tracannano la favoletta che furono solo le belve di Riina ad agire, sono magistrati malati di protagonismo in cerca delle luci della ribalta, veleni in cui i paladini di una certa antimafia si rifugiano quando sono a corto di argomentazioni.

Ma, se dopo venticinque anni, si continua a scavare sotto le macerie di quelle stragi, un qualche motivo ci sarà: la volontà di scoprire se e quali personaggi eccellenti operarono con i corleonesi “condividendone i progetti e incoraggiandone le azioni”.  

Il procuratore di Caltanissetta, Amedeo Bertone, sideralmente lontano da qualsivoglia mania di protagonismo, si è limitato ad affermare “: “Abbiamo in programma un fitto calendario di cose, non abbiamo mai smesso di indagare. . Come dimostra il lavoro svolto in questi anni”.

Mai smesso di indagare, unito alla notizia del nuovo faldone aperto dalla procura di Firenze a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

Sarà “giustizia ad orologeria”, ma sono tante le cose che bollono nel calderone delle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze.

Arriverà puntuale  l’assordante strepito dei professionisti del dubbio.

14 novembre 2017

 

 

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