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Raid in Siria, i retroscena libanesi
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-di Monica Mistretta- “Se l’Iran non fa un passo indietro in Siria, le chance di un confronto militare sono destinate ad aumentare. Non intendo dire entro l’anno o il mese, direi piuttosto entro questa settimana”. Era lunedì quando Ron Dermer, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, faceva questa dichiarazione nel corso di un’intervista al quotidiano americano ‘Politico’.

Il mattino successivo i media siriani e libanesi aprivano le prime pagine con l’attacco israeliano al centro militare di ricerca scientifica di Jamraya, a nord di Damasco, in Siria. L'attacco era avvenuto nella notte tra lunedì e martedì.

Tre giorni prima, sabato 3 dicembre, stessi titoli sui quotidiani mediorientali: attacco israeliano con missili terra terra a una base militare in costruzione a sud di Damasco.

È accaduto tutto nel giro di 72 ore. Le notizie certe sono scarse, scarsissime. Israele non ha confermato la paternità delle due operazioni. Mancano fonti attendibili. Ma scavando qualcosa si riesce a trovare.

Sul sito ufficiale dell’esercito libanese c’è più di un elemento utile.  Sotto la dicitura “violazioni aeree del nemico israeliano” troviamo qualche dato. All'alba del 3 dicembre, alle 1.10, quando secondo la stampa siriana sta avvenendo il primo attacco a sud di Damasco, un aereo di ricognizione israeliano viola lo spazio aereo libanese nei pressi di Aalma el Chaab. Il luogo dista poco più di cinque chilometri da Naqoura, dove ha sede il comando della missione delle Nazioni Unite in Libano, l'Unifil. Il velivolo sorvola il sud del Libano. Lascia il paese alle 10.30 di mattina passando su Kfarkila, a ovest delle Alture del Golan. Un altro aereo israeliano lo aveva preceduto il giorno prima alle 18.30 lasciando il Libano alle 1.15. Ha tutta l'aria di un cambio di guardia.

È ormai mattino, sono le 8.10: un aereo di ricognizione israeliano entra in Libano sorvolando Naqoura, arriva nei dintorni di Beirut. Poi torna in Israele alle 16.20. Nel frattempo, altri due aerei israeliani varcano il confine con il Libano alle 9.30 e ripartono alle 10.15. Il traffico è piuttosto sostenuto. L'aviazione libanese non interviene.

E qualcosa accade anche il giorno prima, nel pomeriggio del venerdì. Alle 15.45 una nave militare israeliana entra nelle acque territoriali libanesi nei pressi di Naqoura varcando la linea di demarcazione di soli 70 metri. Lo sconfinamento dura un solo minuto: la nave lancia un esplosivo nell'acqua e rientra immediatamente in Israele.

Giovedì 30 novembre, nel giorno che precede il primo attacco nel sud della Siria, sul francese ‘Paris Match’ esce un’intervista al primo ministro libanese Saad Hariri. L’intervista, intitolata “Hariri: sono in pericolo di morte tutti i giorni” è del 27 novembre ed è stata fatta a Beirut. Quando viene pubblicata, il primo ministro non è più nella capitale libanese. La sera del 29 novembre Hariri ha lasciato il Libano per una visita di qualche giorno a Parigi. Il 2 dicembre, nelle ore dell' attacco in Siria, si trova probabilmente ancora in Francia.

Il primo ministro è un fiume di parole: invita la milizia sciita libanese Hezbollah a “dissociarsi” dai conflitti all'estero, Siria compresa. “È nell'interesse del Libano che queste armi (di Hezbollah) non siano usate altrove” precisa. E poi si sfoga. “Ho molti nemici, estremisti e il regime siriano. Quest’ultimo ha emanato una sentenza di morte contro di me. Mi accusano di interferire nel loro paese”.

Le probabilità che le minacce del regime siriano di cui parla Hariri abbiano a che vedere con le violazioni israeliane dello spazio aereo libanese, rimaste tutte senza risposta, sono altissime. In settembre il Libano aveva formalmente espresso la volontà di denunciare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite le ripetute violazioni. Ma i voli proseguono.

Ieri Hariri ha ritirato le proprie dimissioni dalla carica di primo ministro. La crisi era scoppiata agli inizi di novembre nel corso di un lungo soggiorno in Arabia Saudita. Il premier libanese aveva accusato l’Iran e Hezbollah di interferire negli affari del suo paese. Nel ritirare le dimissioni, è tornato sul tema che più gli sta a cuore: ha dichiarato che il suo governo ha aderito all'unanimità alla decisione di stare fuori dai conflitti regionali. Un’impresa che si preannuncia davvero impervia.

Intanto, qualcuno in Libano è  caduto nella rete dei sospetti. Alla fine di novembre è stato arrestato l’attore e scrittore libanese Ziad Itani. Lo accusano di aver tenuto contatti con un’agente del Mossad. In Libano la tentazione di trovare un capro espiatorio deve essere fortissima.  Mentre gli aerei israeliani sorvolano i cieli nazionali, a terra è in corso la caccia alla spie. Hariri lo ha capito benissimo.

6/12/2017

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