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Antonio Ingroia e Piero Grasso: riaffiorano veleni mai sopiti

Antonio Ingroia e Piero Grasso: riaffiorano veleni mai sopiti

-Pintus- Entrambi ex magistrati, entrambi siciliani per anni in prima linea nella guerra alla mafia.

Così uguali, così diversi, anche sul modo di contrastare Cosa Nostra sin dai tempi alla procura di Palermo.

Uomini di indubbio spessore e c’è da sperare che i veleni mai sopiti di allora non si trasferiscano a Roma e comprendano che il fronte è comune così come l’impegno dovrà essere comune per contrastare l’ondata populista che sta travolgendo il Paese.

Parliamo ovviamente di Piero Grasso e Antonio Ingroia.

E fa un certo effetto sentire l’ex procuratore aggiunto di Palermo accusare Piero Grasso addirittura di aver ceduto alle lusinghe di Berlusconi.

Ingroia snocciola quelle che , a parer suo, sono state sconcertanti cadute di stile del Presidente del Senato.

Non riesce a digerire, Ingroia, la dichiarazione, in effetti un po’ improvvida di Piero Grasso che pubblicamente affermò di voler conferire al governo Berlusconi un premio per la legalità.

Grasso per il momento non replica.

Comunque i due non si sono mai amati, le divergenze risalgono ai tempi in cui Piero Grasso occupò la poltrona di procuratore capo a Palermo, succedendo a Giancarlo Caselli.

L’ufficio si spaccò letteralmente in due, I caselliani, Ingroia, Scarpinato, Lo Forte da una parte, e i grassiani dall’altra, tra cui l’attuale procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino.

Ingroia definisce “il collega Grassoun magistrato cauto “come nel processo Andreotti, nell’inchiesta Dell’Utri e nell’indagine Trattativa Stato-mafia”.

Però Ingroia, una vicenda la dovrebbe ricordare, un moto di gratitudine nei confronti di Piero Grasso sarebbe doveroso da parte sua.

 In occasione dell’indagine Talpe della Dda, inchiesta che condusse in carcere l’ex governatore Totò Cuffaro, il capo della procura evitò di inviare ai colleghi di Caltanissetta gli atti sui magistrati palermitani.

Tra quei magistrati c’era anche l’aggiunto Antonio Ingroia: il suo maresciallo fidatissimo Giuseppe Ciuro “portava gli ossi fuori”, ovvero spifferava tutto ciò che riguardava le indagini a Michele Aiello, il prestanome di Bernardo Provenzano.

“Non ho trasmesso gli atti perché non vi erano indizi che Ingroia fosse nella rete di Aiello. Mai avuto alcun dubbio, vedo sempre le cose nel bene  e credo nella buona fede delle persone”..

Furono le parole di Piero Grasso in merito a quella vicenda, spesso la prudenza e la cautela sono virtù.

5 dicembre  2017

 

 

 

 

 

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