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Sangue infetto. Duda: “Da carceri Usa il plasma per farmaci emofilia”
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Elisabetta Cannone – Il processo penale di Napoli ribattezzato “Poggiolini”, dal nome di uno degli imputati eccellenti, Duilio Poggiolini appunto, nel quale le parti civili sono le famiglie di emofilici deceduti per AIDS e/o epatite oltre ad associazioni di danneggiati a causa delle malattie contratte per l’uso di emoderivati prodotti con sangue infetto proveniente anche dall’estero in particolare dagli Stati Uniti e da alcune prigioni come quella di Cumming, in Arkansas, si arricchisce di una testimonianza importante per le parti civili.

Direttamente dagli Stati uniti, assieme alla sua assistente, è arrivato nel capoluogo campano il teste delle parti civili il giornalista e filmaker americano Kelly Duda, autore e regista del docufilm “Factor 8 - The Arkansas Prison Blood Scandal” (2006). Venuto in Italia con la sua assistente, Kelly Duda ha raccontato e spiegato quanto scoperto durante il suo lavoro di inchiesta giornalistica: la compravendita di sangue nelle carceri americane da parte di carcerati le cui condizioni detentive e di salute erano pessime oltre che ben note: da rapporti sessuali non protetti a uso di droga, alle malattie infettive conclamate e già conosciute all’epoca dei fatti anni 60 fino agli anni 80. Sangue che veniva poi lavorato e il cui plasma era comprato dalle più importanti case farmaceutiche statunitensi per la produzione innanzitutto di farmaci per la cura dell’emofilia, il cosiddetto fattore ottavo. Farmaci che, così come testimoniato in aula da Duda, sarebbero risultati infetti (contenevano virus dell’Hiv, epatiti B e C) e che in un caso accertato, in Canada, è stato usato da un paziente emofilico.

“La testimonianza di Kelly Duda è di una importanza straordinaria per questo processo – ha commentato uno dei due legali delle parti civili, l’avvocato Ermanno Zancla –. Finalmente in aula è stato tracciato il legame e il percorso fatto dal plasma americano, risultato poi infetto, dagli Stati Uniti al resto del mondo compreso il nostro Paese. Un fatto su cui se prima ci potevano essere, come ci sono state, delle risatine alle spalle oggi è qualcosa di cui tener conto. L’altro aspetto altrettanto rilevante è che finalmente si è creato un altro legame tra quelle vicende di sangue sporco, le case farmaceutiche e la città di Rieti (città dove ha avuto sede una delle industrie farmaceutiche di proprietà dei Marcucci imputato nel processo, ndr). Il giudice ha ammesso la proiezione di uno stralcio di videointervista di Duda a un ex direttore medico e proprietario dell’Hma (Health management associates, ndr), il dottor Francis Henderson, il quale ha raccontato di un viaggio fatto tra ottobre o novembre del 1982 a Rieti parlando di sacche di sangue infette sebbene non ricordasse il nome delle case farmaceutiche implicate”.

Il racconto del giornalista americano ha tracciato in diverse ore sotto le domande dell’altro avvocato di parte civile, Stefano Bertone dello studio legale torinese Ambrosio e Commodo, lo squallido scenario in cui si svolgeva negli Stati Uniti, dagli anni 60 fino a buona parte degli anni ’80, la raccolta di sangue e plasma mercenario. Un mercato che aveva inizio per la maggior parte in istituti penitenziari le cui condizioni detentive erano già state definite incostituzionali da diversi organismi, nei quali i detenuti avevano rapporti promiscui, facevano uso di droga per via endovena con aghi riciclati, erano affetti da patologie virali. Plasma che iniziava il suo transito, come già detto, per essere comprato dalle case farmaceutiche e da lì, sotto forma di farmaco, nelle dispense degli emofilici di tutto il mondo. Di sicuro Irlanda, Canada, Spagna, Inghilterra, Giappone. Paesi nei quali Kelly Duda è andato a testimoniare riportando perfino in Parlamento (il caso della Gran Bretagna) i risultati delle sue ricerche che sono stati ritenuti validi da un punto di vista scientifico e documentale, tanto da essere stati usati anche per alcune sentenze.

In Italia di tempo per arrivare a una sentenza, sembra che la giustizia ne abbia ancora tanto. Tanto da aggiungere a quello già trascorso e che ha fatto vittime i cui numeri sono stati definiti da strage, almeno cinquemila gli emofilici che pensando di curarsi con quei farmaci hanno trovato altre malattie fino alla morte. Il processo è iniziato a Napoli nel 2016, dopo 23 anni dall’apertura delle indagini a Trento. Sono 9 gli imputati accusati di omicidio colposo plurimo aggravato.

L’udienza si è conclusa con un fuoriprogramma del tutto inaspettato. Il giornalista e teste della giornata, Kelly Duda, si è avvicinato al pm Lucio Giugliano dicendogli che nel suo Paese un pubblico ministero del genere sarebbe una disgrazia. Frase che non è stata affatto apprezzata dal dottor Giugliano e della quale ha chiesto repentinamente verbalizzazione, nonché l’identificazione e la domiciliazione di Duda in quanto straniero.

Richiesta cui si sono aggiunte altre verbalizzazioni di precisazione: la prima della traduttrice che ha corretto il verbo della frase riportata dal pm “sarebbe e non è una disgrazia”, spiegando anche che quella frase era stata detta a causa del ritardo con cui il dottor Giugliano era rientrato in aula. L’altra precisazione dell’avvocato Bertone (legale delle parti civili nel procedimento) che ha voluto puntualizzare che il pm ha dovuto rettificare la frase che gli era stata detta dopo che la traduttrice lo aveva corretto e inoltre che fosse specificato nel verbale che a ritardare il rientro in aula era stato proprio il pm.

“Rimaniamo sbalorditi che in questo processo il pm acquisti vigore e determinazione nel momento in cui si sente offeso da una frase di un teste che peraltro rappresenta anche l’accusa – commenta l’accaduto l’avvocato Zancla -, mentre da due anni aspettiamo di vederlo dare un contributo al processo che invece non riesce a dare in alcun modo. Peraltro da un pm che in un processo di anni e anni di indagini chiede un proscioglimento ex 129, smentendo il lavoro del collega, per sentirsi rispondere ovviamente di no dal giudice, non ci si può aspettare molto. Però sono contento, mi accorgo che il dottor Giugliano esiste come presenza requisitoria. Il problema – conclude quindi il legale palermitano - è che è esistito quando qualcuno lo ha tra virgolette "offeso personalmente", o lo ha ritenuto tale, ma io non mi sono mai accorto che fosse presente al processo fino a ieri”.

6 dicembre 2017

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