E trattativa fu (terza parte)

E trattativa fu (terza parte)

-R.C.- E’ evidente che il diktat emanato  riguardo al processo Trattativa Stato-mafia sia il categorico “non parlarne o quantomeno parlarne il meno possibile”.

(leggi prima e seconda parte)

Le poche testate giornalistiche che se ne occupano con seria oggettività hanno commesso l’errore di rivolgersi ad una nicchia di addetti ai lavori, pertanto la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica ha certamente poche idee e ben confuse.

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di chiarire per quanto possibile una vicenda piuttosto complessa.

Secondo il pool antimafia della procura di Palermo, Nino Di MatteoVittorio TeresiFrancesco Del Bene e Roberto Tartaglia, nei primi anni novanta sarebbe stata avviata una trattativa tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni, per mettere fine alla strategia stragista posta in essere dai corleonesi: stop agli  attentati in cambio di una serie di richieste, in primis, un ammorbidimento delle misure restrittive in carcere, il cosiddetto Papello. .

La conclusione del maxiprocesso e i conseguenti ergastoli, nel gennaio 1992, ha reso la mafia siciliana un’erinni. I boss decidono di eliminare i nemici e gli ex amici, quelli che considerano traditori.

Cadono in agguati ed attentati dinamitardi in pochi mesi, Salvo Lima, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Ignazio Salvo, politici mafiosi e magistrati.  Attacchi che hanno come obiettivo costringere all’angolo lo Stato.

Uno dei politici al centro dell’obiettivo, Calogero Mannino, è terrorizzato, certo che il prossimo sarà lui e si rivolge  al Generale del ROS, Subranni, per ottenere protezione.

Nel gennaio 1993 viene arrestato Totò Riina e, secondo l’accusa la trattativa procede, ma un pò troppo a singhiozzo. Di qui i drammatici attentati in continente “Bisogna darci ancora un colpettino”. Sino al fallito attentato allo stadio Olimpico, dopo il quale non viene confermata la proroga di 300 regimi di 41bis.

Lo Stato sarebbe sceso ad inconfessabili patti con la macelleria mafiosa, chiudendo anche entrambi gli occhi sulla latitanza di Bernardo Provenzano.

Questi, in sintesi, i fatti ipotizzati dalla procura antimafia di Palermo.

Dieci sono gli imputati rinviati a giudizio. Quattro capi mafia: Totò Riina, Bernardo Provenzano (entrambi deceduti), Antonino Cinà e Leoluca Bagarella. Un pentito, Giovanni Brusca. Tre carabinieri: il generale Antonio Subranni, il maggiore Giuseppe De Donno, il generale Mario Mori. E due politici, Calogero Mannino (processato a parte col rito abbreviato e assolto) e Marcello Dell’Utri.

Su di loro pendono vari capi d’accusa, certamente non quello di trattativa, non previsto dal nostro Codice Penale. Il reato ipotizzato è quello di attentato con violenza o minaccia al corpo dello Stato.

A questi si aggiungono Massimo Ciancimino, uno dei testi principali dell’accusa che risponde anche di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia, oltre a Nicola Mancino, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti e accusato di falsa testimonianza.

L’impianto accusatorio si basa per gran parte sulle testimonianze di Massimo Ciancimino (figlio di Vito, il sindaco del sacco mafioso di Palermo) e Giovanni Brusca. Ciancimino ricostruisce tutti gli incontri fra i carabinieri e il padre: secondo i militari solo per ottenere collaborazione nella cattura dei latitanti, secondo l’accusa per mettere in piedi una trattativa a 360 gradi.

Brusca invece è il primo a parlare del cosiddetto «Papello», la lista di richieste di Totò Riina allo Stato; ed è sempre Brusca ad avere indicato il ministro Mancino come terminale ultimo degli accordi.

I limiti di questi testimoni chiave sono l’eccessiva esuberanza di Massimo Ciancimino, il suo stare perennemente sopra le righe e la testimonianza progressiva di Giovanni Brusca, i cui ricordi si sono evoluti negli anni e nel corso degli interrogatori.

Non poteva mancare un conflitto di competenze tra procure.

Il processo è competenza della magistratura palermitana, mentre la procura di Caltanissetta è titolare delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Le due procure non hanno una linea comune e proprio i magistrati nisseni sollevano le principali eccezioni all’impianto accusatorio, attaccando soprattutto Ciancimino, teste chiave, giudicato del tutto inattendibile.

Di questi screzi cerca di approfittare Nicola Mancino, per non essere coinvolto nel processo.

Mancino, all’epoca delle stragi,  ministro dell’Interno ed ora estremamente preoccupato di finire invischiato nel processo. Tempesta di telefonate il Quirinale e specificatamente l’ex consigliere giuridico di Giorgio Napolitano, Loris D’Ambrosio, chiede un intervento della Direzione nazionale antimafia, diretta da Piero Grasso, sulle due procure siciliane.

Le telefonate si susseguono frenetiche, D’Ambrosio confessa di essere stato “Scriba di accordi indicibili”.

Muore d’infarto nel 2012, mentre la procura di Palermo chiede di depositare le intercettazioni, trovando la ferma opposizione del Quirinale, al quale la Consulta dà ragione rilevando il conflitto istituzionale.

Mai si saprà se il presidente Napolitano abbia avuto modo di apprendere qualcosa sulla trattativa.

Adesso le battute finali, ma va ricordata una dichiarazione del collaboratore Vito Galatolo, il quale aveva riferito, in udienza, che il pm di Palermo “Si è spinto troppo oltre” riferendosi nello specifico a Nino Di Matteo, magari toccando quei fili ad alta tensione che dovevano rimanere sepolti insieme a molti altri segreti di Stato. 

 

 

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    Ehsi 3 giorni

    Avete dimenticato che le intercettazioni sono state anche distrutte.