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Mafia e comunicazione: la meglio parola è quella non detta

Mafia e comunicazione: la meglio parola è quella non detta

-R.C.- La meglio parola è quella non detta.

Questo lo stereotipo della filosofia mafiosa, che in passato ha soppiantato “la mafia non esiste, è un’invenzione dei comunisti”.

In tutta la Sicilia c’era sempre uno zù Tanu, silente, al quale ci si rivolgeva per ottenere favori, e di cui pochi conoscevano il timbro della voce. La cosiddetta sicilianità, una comunicazione fatta di sguardi, di gesti e di silenzi.

In seguito, a causa delle batoste giudiziarie, si è assistito ad un inversione di rotta, esempio emblematico  il boss Luciano Liggio che amava parlare con i giornalisti, sino alla celebre intervista rilasciata ad Enzo Biagi, nella quale il capomafia ammise “Se esiste un’antimafia significa che ci deve essere anche la mafia”. Dalla negazione all’ammissione, una sofisticata strategia di cambiamento, frutto degli effetti di una crisi strutturale.

I rovesci giudiziari hanno scalzato la convinzione che il silenzio, o anche solo la riservatezza, fossero più consoni  della comunicazione, intesa sempre come strumento criminale.

Comunicazione utile alla ricostruzione del tessuto organizzativo e della compattezza dell’organizzazione criminale.

Ma la strategia non si è rivelata vincente, il marchio Cosa Nostra è in mano a commissari liquidatori, come spiega bene Franco Di Carlo, non vi è più nessun interesse né obbligo di esserne organici, combinati, le logge più o meno segrete hanno sostituito l’onorata società, mantenendone il core business: piccioli, potere e spartizione del territorio.

Abortiti i tentativi di ricostruzione, si è tornati alla consegna del silenzio, probabilmente l’attuale leadership ha dettato nuove regole di codici e linguaggi interni, forse rispolverando quelli del passato.

Non si capisce però come i mafiosi del terzo millennio, quelli non punciuti per intenderci, possano comprendere questi meccanismi di comunicazione, i valori controversi dell’onore mafioso, della famiglia, della religione, della ritualità.

Il rispetto delle regole, i comportamenti da tenere, codici arcaici e ambigui dettati da un’accozzaglia di pluriassassini che tentano di risorgere riemergendo dalle fogne all’interno delle quali si nascondono, “giunchi calati in attesa che passi la china (la piena del fiume ndr).

Sembrerebbe una missione impossibile, ma dopo aver visto i post della famiglia Riina su Facebook, potrebbe rivelarsi meno complicata del previsto.

 

 

 

 

 

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