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Ankara, la carta dei detenuti occidentali

Ankara, la carta dei detenuti occidentali

-di Monica Mistretta- Afrin resterà fuori dal cessate il fuoco in Siria approvato pochi giorni fa dall’Onu. Dopo giorni di tensione con Francia e Stati Uniti, il governo di Ankara oggi ha ribadito che l’operazione militare dell’esercito turco nella provincia siriana andrà avanti.

La guerra contro le milizie curde delle Unità di Protezione Popolare, alleate degli Stati Uniti, è militarmente in stallo. Ma il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non ha intenzione di cedere alle pressioni internazionali. E adesso, dopo che l’esercito del presidente siriano Bashar Al Assad è entrato ad Afrin al fianco dei curdi, la Turchia si trova isolata contro tutti.

Ieri le tensioni per la campagna militare turca in Siria hanno toccato anche  la Repubblica Ceca, accusata da Ankara di aver infranto le leggi internazionali. Il caso che ha suscitato più di una perplessità.

A Praga era appena stato scarcerato il leader curdo Salih Muslim ex vice presidente del Partito dell’Unione Democratica siriana, di cui le Unità di Protezione Popolare sono il braccio armato.

Sabato scorso Muslim, di nazionalità siriana, era stato arrestato nella capitale ceca dalle autorità locali su richiesta della Turchia che alla metà di febbraio lo aveva messo sulla lista dei maggiori ricercati, con una taglia di un milione di dollari. Il governo turco si preparava a chiederne l’estradizione.

Nelle ore precedenti all’arresto Muslim aveva partecipato a una conferenza internazionale sulla sicurezza in Medio Oriente. Il leader curdo aveva preso la parola per accusare la Turchia di atrocità contro i civili di Afrin.

Quando le autorità ceche hanno deciso di rilasciarlo, il ministero degli Esteri turco ha accusato i paesi europei di “insincerità” nella lotta contro il terrorismo. La Turchia avrà 40 giorni di tempo per inviare la sua richiesta di estradizione, ma adesso Muslim è in libertà.

Non è chiaro perché il leader curdo sia stato arrestato proprio nella Repubblica Ceca. Nei giorni scorsi era già stato in Belgio, Germania e Francia. All’agenzia di stampa cinese ‘Xinhua’ un fonte vicina al governo turco avrebbe dichiarato che le autorità di Ankara avevano già contattato altri governi europei per chiedere che Muslim venisse detenuto. 

È il quotidiano turco ‘Sözcü’ uno dei primi ad aver fatto l’ipotesi di uno scambio di detenuti. Una lettura che ha preso subito piede anche sulla stampa ceca.

Agli inizi di dicembre una coppia di cittadini cechi, Miroslav Farkas e Markéta Všelichová, sono stati condannati in Turchia a sei anni e tre mesi di prigione per legami con le Unità di Protezione Popolare curde. Erano stati arrestati nel novembre del 2016 al confine tra Siria e Turchia.

I due hanno sempre dichiarato di essere stati nel nord della Siria per costruire un ospedale da campo. Ma secondo le autorità turche avrebbero ricevuto addestramento in campi della Legione Straniera francese e delle forze speciali tedesche per combattere al fianco dei curdi. Secondo l’accusa, al momento dell’arresto erano diretti in Europa per procurare visori termici a infrarossi e rifornimenti medici destinati ai curdi.

L’ipotesi di uno scambio di prigionieri tra Turchia e Repubblica Ceca è stata smentita dal ministro della Giustizia turco Abdulhamit Gul. Anche il ministro degli Esteri ceco, Martin Stropnicky, è intervenuto negando ogni possibilità di trattativa: “nel nostro paese le regole sono chiare, siamo uno stato di diritto”.

Americani, tedeschi, cechi. Sono in tanti gli occidentali detenuti nelle prigioni turche, spesso senza alcuna accusa formale, sulla base di semplici sospetti. Di alcuni abbiamo notizia, di altri nessuna. Difficile fare una stima del numero. I governi occidentali nella maggior parte dei casi preferiscono mantenere il silenzio. Le contrattazioni, di solito sotto traccia, portano spesso ad accordi indicibili.

Il 16 febbraio la Turchia, dopo un lungo braccio di ferro diplomatico con la Germania, ha rilasciato il giornalista turco-tedesco Deniz Yucel , detenuto da oltre un anno senza un’accusa precisa. Ma resta in prigione da più cinquecento giorni il pastore americano Andrew Brunson, anche lui senza alcuna accusa formale.

Molti cominciano a sospettare che questi arresti possano diventare un efficace strumento di pressione della Turchia sui paesi occidentali. La sua guerra contro i curdi in Siria si sta facendo sempre più solitaria.

 

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