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Cosa Nostra e il mistero del furto della Natività del Caravaggio

Cosa Nostra e il mistero del furto della Natività del Caravaggio

-R.C.-  Pioveva a  dirotto quella notte del 17 ottobre del 1969.

Anche il tempo, in pratica, ci mise del suo, permettendo ai ladri di entrare senza essere

visti nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e di rubare la “Natività” di Caravaggio. Non ci volle molto: con un coltello la tela venne staccata dalla cornice.

Poi avvolta in un un tappeto e caricata sul cassone di una  motoape. Inghiottita in un mistero lungo più di quarant’anni tra casse imbottite di dollari e eroina, summit mafiosi e una stalla tra topi e maiali che, forse, ha segnato il suo destino per sempre.

La Natività fu dipinta nel 1609 negli ultimi avventurosi mesi della vita di Caravaggio, fuggiasco, condannato a morte e ricercato.

Quella tela di 2 metri e 68 per 1,97, è ormai nella top ten degli “Art crimes” stilata dell’Fbi,  il furto del Caravaggio maturò nell’ambiente dei piccoli criminali, ma l’importanza del quadro e il suo enorme valore, subito evidenziato dalla stampa indussero i vertici di Cosa nostra ad interessarsi alla vicenda e a provvedere a rivendicare l’opera.

La “Natività” fu consegnata prima a Bontate, il capo del mandamento competente, poi a Gaetano Badalamenti, la tela venne esposta anche in una riunione della Cupola, in segno di prestigio e potere.

Il capolavoro del Caravaggio, la “Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi“, non è andato distrutto dopo il furto del 1969, a Palermo. Come invece aveva detto l’ex boss Francesco Marino Mannoia al giudice Falcone, come ha ribadito di recente uno degli ultimi collaboratori, Gaspare Spatuzza.

La “Natività” probabilmente è ancora nascosta da qualche parte, all’estero. Però, forse, è stata scomposta in sei o otto pezzi.

Il giornalista Mauro De Mauro, vittima di lupara bianca, scrisse  pochi giorni dopo il furto sul quotidiano palermitano L’Ora: “I tagli presumibilmente verranno effettuati dai vandalici ladri per collocare, separatamente, il volto deliziosamente illuminato della Madonna, l’angelo e le testine dei due Santi in adorazione. Le indagini, val la pena ripeterlo, sono oltremodo difficili perché l’ambiente dal quale presumibilmente provengono gli esecutori materiali del furto è vastissimo: qualsiasi giovinastro in pratica può essere stato assoldato per l’occasione”.

Al contrario il  pentito Gaspare Spatuzza ha raccontato ai magistrati l’ultimo tassello di questa vicenda intricata: il quadro sarebbe andato distrutto negli anni Ottanta, quando finì le nelle mani della famiglia Pullarà che nascose la “Natività” in una stalla tra maiali e topi che l’avrebbero rosicchiata e masticata sino a renderla una poltiglia. Perciò si decise di bruciarla.

È l’ennesima versione tra le tante che si sono affastellate nei decenni: anche nel 1996 un altro pentito storico, Francesco Marino Mannoia, aveva raccontato, durante il processo Andreotti, che il quadro era andato distrutto, ma non dai topi e dai maiali, bensì dagli stessi autori del furto che, maldestri, si ritrovarono la tela a brandelli mentre la stavano avvolgendo dentro il tappeto.

Però venne accertato che Mannoia andò in confusione, il quadro distrutto non era il capolavoro di Michelangelo Merisi, bensì una tela attribuita a Vincenzo Da Pavia, trafugata in una chiesa vicina.

Rimane però ancora oscuro il movente del furto, agevolato oltretutto dal fatto che nell’Oratorio di San Lorenzo non c’era nessun tipo di allarme installato.

Precise disposizioni di Cosa Nostra? Ma per cosa?

Merce di scambio per favori “pesanti”?

Giovanni Brusca nel 1992 dichiarò, ad esempio, che il dipinto poteva essere restituito in caso di un alleggerimento del regime del 41 bis ma lo Stato rifiutò l’offerta.

Però l’arco temporale non suffraga questa ipotesi, la Natività venne rubata trent’anni prima.

Un’altra versione suggestiva è quella che il furto sia nato quasi per gioco, frutto dell’idea di un paio di ragazzini balordi i quali, dopo aver visto in televisione un servizio su Caravaggio e colpiti da quanto potesse valere un suo dipinto, progettarono il colpo. Entrarono in azione la notte del 17 ottobre, staccarono la tela dalla cornice ed il quadro finì in un appartamento di proprietà del nipote di un boss mafioso, Gerlando Alberti.

Lo stesso nipote di Alberti ebbe a dichiarare  di “aver camminato sopra santi, Madonna e Bambin Gesù”.

La notizia del furto eclatante fece  immediatamente il giro del mondo, quel quadro era troppo prezioso per essere venduto attraverso i tradizionali canali della ricettazione, tanto che finì  nelle mani di Cosa Nostra, passato di mano da una famiglia all’altra, quasi fosse un vessillo, un simbolo di potere e di forza.

Ma i tentativi di vendita si susseguirono, i pentiti parlarono di contatti con un mercante svizzero, mentre la tela sarebbe stata nascosta in una cassa di ferro, insieme a dollari e droga, interrata nelle campagne di Palermo.

Il furto venne  accostato a importanti vicende del nostro Paese, ora la guerra di mafia corleonese nella Palermo degli anni settanta, al terremoto dell’Irpina e, come detto, alla trattativa Stato-mafia: la restituzione del dipinto in cambio di un alleggerimento del 41bis.

Ma il giallo del  Caravaggio perduto, nonostante tutto, pare sia destinato a rimanere insoluto.

Forse per sempre.

Rimane lo sfregio di  capolavoro assoluto sottratto all’umanità, vilipeso orrendamente  da una consorteria criminale che ne ha fatto un simbolo di onnipotenza malata.

Rimane una città oltraggiata dalla non cultura mafiosa, una Palermo che viveva i suoi anni più bui e che si stava preparando al peggio, alla stagione delle stragi.

Un quadro rubato e una città squassata per vent’anni da fatti di morte, il furto del Caravaggio quasi un punto di partenza di un percorso doloroso e difficile di un territorio avezzo a mille trasformismi e  incapace di ripartite dalle sue ferite.

 

 

 

 

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