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Ultimi alla meta, come tutti. Intervista a Francesca Picone

Ultimi alla meta, come tutti. Intervista a Francesca Picone

Daniela D’Angelo– Denso per struttura e per lingua, ‘Visti dalla meta siamo tutti ultimi’, di Francesca Picone, è un libro che sfugge alle definizioni. E questo forse piacerebbe a Sally, la protagonista del romanzo, che si sforza di capire come si vive e porta sulla pelle tutte le ferite della sua illusione.

Libro complesso, pieno di temi importanti – la follia, la cura, la droga, il terrorismo, la camorra – e anche poetico, ricco di suggestioni, di anima e di forza, che la capacità narrativa non riesce, anzi diremo, non vuole imbrigliare, così la storia trasborda, si contiene a fatica. Come l’affanno che ci procura la corsa a cui sembriamo costretti per raggiungere, sgomitando, le nostre mete. Alla meta ultima comunque ci si arriva sempre, e la bellezza della vita nel frattempo ce la siamo giocata.

Colpiscono, in Francesca Picone, la sensibilità narrativa, lo sguardo che tutto coglie e bene descrive, il senso di libertà unito al gioco letterario a cui mira la sua voce. Voce originale e talentuosa, con ottime potenzialità, di cui vorremmo sentir parlare ancora, e presto.

DDA: ‘Visti dalla meta siamo tutti ultimi, ci vuoi spiegare questo titolo, e come nasce questo libro?

FP: Una sera, a Napoli, sotto il palco di un concerto, sentii il messaggio che una canzone mi stava consegnando. Mi ritrovai in ogni parola della canzone Sally. Ero circondata da persone perbene che vedevano la loro meta in un posto di lavoro, una famiglia, un ruolo. Io invece mi sentivo persa; da educatrice di strada con tanto di titolo ero passata per associazioni, una casa famiglia, un centro a doppia diagnosi che mi avevano sconquassato l’anima, incontri e peripezie, fino a trovarmi incastrata in una piccola camorra accusante che mi pedinava, mi spiava per cercare una colpa in me. Ero stata, fino ad allora, molto spensierata e alquanto illusa. Ora scottava su di me il sovvertimento dei valori che opera la corruzione. Un mio caro amico sacerdote, Antonio Maione, un giorno mi disse: c’è una moralità illegale e c’è una legalità immorale. Ho quindi provato a immaginare la personificazione di una Meta, un oltre non corrotto e neanche affannato dietro una corsa. Levato il velo di Maya, levate le illusioni di successo o di insuccesso, visti dalla meta, siamo tutti ultimi perché questa corsa viaggia su un tempo scorretto, corrotto, conduce a rendere assurda la bellezza della vita cui sembra aspirare.

DDA: Qual è la Napoli che incontriamo in queste pagine? Parlaci della scelta di questa ambientazione.

FP: Vicolo Paradisiello è un vicolo cieco, non se ne esce. Una via di uscita ci sarebbe e si troverebbe nella natura, se non fosse murata. Il vicolo sarebbe collegato al Bosco di Capodimonte ma un muro ne sbarra l’accesso. Ho vissuto in questo vicolo fatto di scale ed ero innamorata del venticello che vi si incanala, del verde, del silenzio, della sua altezza che ne fa un luogo in cui pare di essere fuori dalla città, dai suoi grovigli, dalle sue appartenenze.

Invece ho dovuto capire lo scarto tra il genius loci e la realtà: il mondo delle bugie. Il silenzio si fa megafono di un’unica voce, quella del vicolo che è tutta una Famiglia; il verde è nascosto dietro le ville; la rivoluzione è un esercito di soldatini ammaestrati.

La Napoli che si incontra in queste pagine è quella di un centro all’avanguardia che però incatena il “borderline” alla sua doppia diagnosi; di un’intera collina comprata da un benefattore che vuole ridare dignità a giovani senza tetto invece ne fa dei servi; di una piazza intellettuale dove la giusta causa palestinese diventa rifugio per terroristi, base logistica per la falsificazione dei documenti.

Ogni scena dipinge una contraddizione. Vi sono rappresentati dei padroni del benessere che sembrano farsi carico di un bene comune che non è altro che terra per la loro banderuola. Sotto di loro c’è tutto un popolo convinto di essere sulla via giusta: quella dell’integrazione.

DDA: Quali sono gli autori e i libri che hanno avuto un peso nella tua formazione?

FP: Quelli che mi hanno aperto la prima porta al mondo delle lettere, che hanno dato le loro prime risposte alle mie prime domande, sono libri letti per caso, frugati nella libreria di mio padre mentre, adolescente, tentavo di svelare i segreti di un mondo adulto: la Fallaci (il primo libro che lessi fu Lettera a un bambino mai nato), Dostoevskij (a cominciare dai Fratelli Karamazov), Le mani sporche, di Sartre, Genealogia della morale di Nietzsche, Il nome della rosa di Umberto Eco, gli articoli radunati nella raccolta Il caos di Pasolini.

Quelli che hanno davvero impresso un’orma sulla mia formazione successiva sono tutti libri che viaggiano sul filone della libertà di pensiero, della via di uscita da una società del controllo: Farenheit 451, L’avventura di un povero cristiano, 1984, Diceria dell’untore, Un mondo a parte, Memorie da una casa morta, Il potere psichiatrico, The catcher in the rye, Il Balordo, Marcovaldo, Herzog di Saul Bellow ed infine The Loneliness of the Long-Distance Runner, di Alan Sillitoe. Ho eletto a divinità alcuni autori per la loro voce: Saramago, Wallace, la Szymborska, anche Ennio Flaiano. Ho cercato una risposta da Ernst Jünger ne Il trattato del ribelle. Oggi ho scoperto Patrizia Cavalli. Amo le visioni di Antonio Pascale anche quando non le condivido, e mi strattona e mi delizia sempre la voce di Giusi Marchetta. Non ho ancora smesso di formarmi, spero.

DDA: Chi è Sally? Presentaci la tua protagonista.

FP: Al principio di questa storia, Sally sta tornando a casa dal suo lavoro guardando per terra i suoi passi quando viene scippata della sua borsa, in quella borsa c’è il diario della sua fanciullezza, pieno di foglietti e poesie. Lasciata quindi simbolicamente l’età infantile, Sally è una che le sbaglia tutte, ma forse no.

Idealista, sprovveduta, ma anche sagace. La sua intelligenza va completamente al di là di quella adattiva del saper vivere. Se è una sprovveduta, lo è deliberatamente, anche se poi si guarda, con occhi altrui e si domanda: ma che ho fatto?

La sua storia intera parafrasa la canzone “Sally”. Il suo equilibrio sopra la follia non la dispensa dal cadere in tranelli o dal patire le conseguenze della sua inavvedutezza, ma il senso del suo vagare sta proprio in questo: nel prendere la vita di petto, senza remore e senza paletti. Il mondo persecutorio che le si stringe addosso come le contraddizioni sociali in cui si trova immersa e la solitudine in cui è sempre più relegata potrebbero farla sentire in colpa. Ma il motivo per cui ho scritto questo libro è proprio quello di cancellare i sensi di colpa da questo viaggio. Quindi no, Sally non si sente in colpa pur avvedendosi di tutto, anzi, se tornasse indietro farebbe esattamente lo stesso perché sì, forse era giusto così.

DDA: E Francesca Picone, chi è? Che progetti vuole realizzare?

FP: È una matta che al momento vive su un campo di 3000mq e prende energia direttamente dal sole; che per prendere contatto con la sua terra, un giorno prese a tagliare l’erba con un paio di forbici da potatura e così scoprì una piantina selvatica di un verde che non aveva mai visto: era l’iperico, l’alternativa agli psicofarmaci; che di lì in poi ha scoperto, quasi sempre per caso, molti fiori, erbe, piante: la ricchezza del selvatico.

In progetto ha la condivisione anti-competitiva di una grande terra. Sogna un grande campo lavorato in condivisione, lontano dalle monocolture e dalle multinazionali, dove vi sia: uno spazio per ciascuno, un orto grande e variegato, alberi di ogni specie, animali di ogni tipo, uccelli di ogni genere a fare visita ai rami, un’erboristeria di prodotti che non vanno oltre la trasformazione primaria fino alla distillazione; un bar biblioteca; una sala musica per reading e jam session (perché, tra le altre cose, ama anche la musica, suonarla dal vivo e sentirla suonare); una piccola scuola libertaria e, perché no, magari anche una casa editrice aperta a tutti i veri ribelli che siano anche validi scrittori.

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