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Il “prigioniero politico” Dell’Utri a casa

Il “prigioniero politico” Dell’Utri a casa

-Gea Ceccarelli– Ce l’ha fatta, alla fine.

Marcello Dell’Utri, condannato a sette anni di carcere per mafia, abbandonerà la sua cella di Rebibbia per “motivi di salute”.

Lo si è appreso nella giornata di venerdì: il Tribunale di Sorveglianza ha infatti accolto l’ennesima richiesta dei legali del politico, disponendo così il differimento della pena.

Non era la prima volta che gli avvocati dell’ex senatore avanzano simili richieste: l’ultima fu a febbraio, ma, ai tempi, i giudici respinsero l’istanza, sottolineando come vi fosse il rischio che Dell’Utri fuggisse, anche a fronte della malattia ritenuta non in stato avanzato.

Ora, pare che le cose siano cambiate: dalla nuova perizia medica, disposta lo scorso 15 giugno, sarebbe emerso un peggioramento del quadro clinico.

Dell’Utri, infatti, soffre di cardiopatia, diabete e, un anno fa, gli venne diagnosticato un tumore alla prostata. Una serie di patologie per le cui cure, specificavano in passato i suoi legali, “il carcere e le strutture protette sono inadeguate”.

A fronte di ciò, ecco la concessione dei domiciliari.

Resta, certo, il nodo del pericolo di fuga.

Va ricordato, infatti, che appena qualche anno fa, nel 2014, poco prima che la Corte di Cassazione lo accertasse colpevole per il suo ruolo di “tramite” tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, di Dell’Utri si persero temporaneamente le tracce.

La Dia lo rintracciò a Beirut, latitante, dove, a suo dire, si era rifugiato per motivi prettamente clinici: si trovava in un paese, -il Libano, già scelto, guarda caso, dal compare politico colluso Matacena– in cui il reato di concorso in associazione mafiosa non è contemplato e l’estradizione è resa difficilissima, non per sfuggire alla giustizia, ma solo ed esclusivamente per avvalersi delle migliori cure libanesi, forse in nome di un’avanguardia in campo medico che ai più sfugge.

A quanto pare, non vi è più il pericolo.

E poco importa che oggi Dell’Utri sia ufficialmente un uomo colluso con la mafia, quella di cui lui stesso ha negato l’esistenza in un celebre intervento passato alla storia. Poco importa la condanna definitiva e poco importa anche quella, di primo grado, a dodici anni, nel processo sulla trattativa tra Istituzioni e Cosa Nostra.

E se è pur vero che il carcere, in Italia, non rappresenta un sistema punitivo, bensì rieducativo, c’è da domandarsi come mai altri protagonisti di quegli anni e di quelle pagine di storia, anche suoi coimputati in processi, pur allettati e ormai incapaci di intendere e volere, si siano spenti dietro le sbarre, senza alcuna possibilità di venir scarcerati, nonostante le reiterate richieste.

Ma loro, si sa, per l’opinione comune, erano spietati “boss”, non poveri “prigionieri politici”…

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