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Sacerdoti di frontiera e contigui a Cosa Nostra

Sacerdoti di frontiera e contigui a Cosa Nostra

Marisa Denaro– Il rapporto tra Chiesa e Cosa Nostra è stato e probabilmente lo è ancora, molto ambiguo e conflittuale.

Da un lato il clero proclama la scomunica per coloro che si macchiano di reati mafiosi e dall’altro non disdegna un rapporto d’affari.

La doppia faccia della Chiesa non è convincente e non basta una presa di posizione, un documento sottoscritto dai vescovi siciliani, le parole retoriche del Pontefice per far cadere nel dimenticatoio quanto la Chiesa sia stata il complice ideale di Cosa Nostra.

Basti pensare a Paul Marcinkus direttore dello IOR complice di Michele Sindona e di Licio Gelli, il venerabile della Loggia massonica P2, nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Marcinkus, un personaggio ponte tra il Vaticano e Cosa Nostra, essenziale nel riciclaggio degli ingenti capitali illeciti tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80.

Non solo tra le altra sfere vaticane cosa nostra trovava la giusta sponda, anche tra semplici sacerdoti di paese.

Tre casi su tutti: Padre Agostino Coppola, nipote di Frank “tre dita”. Parroco di Carini arrestato nel 1976 per concorso nel sequestro di Luciano Cassina, nonché officiante del matrimonio tra Salvatore Riina e Ninetta Bagarella.

Della sua affiliazione alla famiglia di Partinico ne parla al Giudice Falcone il pentito catanese Nino Calderone: don Agostino Coppola venne a lui presentato come uomo d’onore nel 1968.

Fra Giacinto, francescano, al secolo Stefano Castronovo, fedele al boss Stefano Bontade, soprannominato “frate lupara”, quando venne ucciso da due picciotti il 6 settembre 1980 mentre stava uscendo dalla sua cella, nascondeva sotto la tonaca una pistola a tamburo. All’interno del suo comodino venne trovata una calibro 38 carica.

Legato a Don Paolino Bontade come al figlio Stefano, il principe di Villagrazia, Fra Giacinto era frequentatore dei salotti sia siciliani che romani anche grazie all’amicizia con l’ex ministro Giovanni Gioia e l’eurodeputato Salvo Lima. Il movente non fu mai chiarito, secondo Sciascia il frate, con una pessima fama, divenne un confidente della polizia ed ucciso in quanto spione.

Persino la provincia di Messina ha avuto un sacerdote vicino a cosa nostra: era il 1925 quando il commissario di Polizia Spano’ indica in un rapporto come mafioso l’arciprete di Castel di Lucio, Gian Battista Stimolo.

A fronte di prelati contigui con Cosa Nostra se ne annoverano altri, alcuni di essi dimenticati,  di ben altra caratura che hanno osteggiato il potere mafioso denunciandolo e per questo sono stati eliminati.

Il primo omicidio di un sacerdote attribuito a cosa nostra (anche se nel 1910 venne ucciso a San Cataldo il sacerdote Filippo Di Forti, economo del seminario) risale al 16 febbraio 1916 quando venne ucciso da Salvatore e Giuseppe Greco, Don Giorgio Gennaro, parroco nella borgata Ciaculli. Il parroco durante una omelia, aveva attaccato la famiglia Greco denunciando la sua intromissione nelle rendite ecclesiastiche.

Don Costantino Stella, invece era un prete impegnato nel migliorare le condizioni degli abitanti delle campagne; fondo’ una cassa rurale e una cooperativa sociale. Proprio per il suo impegno venne accoltellato il 28 giugno 1919 per mano mafiosa.

Stessa sorte ebbe Don Stefano Caronia ucciso a Gibellina il 27 novembre 1920 ucciso con tre colpi di pistola. Era entrato in contrasto con il capomafia Ciccio Serra poiché lottava a fianco dei contadini contro lo sfruttamento dei feudatari e della mafia.

Sacerdoti coraggiosi che lottavano contro lo strapotere di cosa nostra, come il beato Don Pino Puglisi ucciso a Brancaccio il 15 settembre 1993 da Salvatore Grivoli e Gaspare Spatuzza su ordine dei fratelli Graviano. La sua colpa era quella di togliere manovalanza giovanile a cosa nostra, creando un centro di aggregazione giovanile ed adoperandisi per migliorare il quartiere

I tanti sacerdoti operosi non devono essere dimenticati e la Chiesa non deve permettersi di camminare a fianco della criminalità organizzata, assecondando i loro traffico ed accettando regalie,  mentre a parole la condanna.

 

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