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Via D’Amelio e depistaggi. Arnaldo La Barbera, ma il puparo chi è?

Via D’Amelio e depistaggi. Arnaldo La Barbera, ma il puparo chi è?

-Gea Ceccarelli   Riccardo Castagneri– Tre agenti dei servizi in trasferta in un carcere inglese, per chiedere un favore, un aiuto a Cosa Nostra con lo scopo di mettere un freno, bloccare un personaggio che sta diventando scomodissimo, Giovanni Falcone.

I tre 007 incontrano un pezzo da novanta di Cosa Nostra: l’ex boss di Altofonte Francesco Di Carlo, uomo con entrature ad altissimo livello con i servizi non solo italiani.

In proposito, Di Carlo ha dichiarato ai giudici della Corte d’Assise di Palermo, che si occupano della trattativa Stato-mafia: “Quand’ero detenuto in Inghilterra, vennero a trovarmi un tale Giovanni, forse uno dell’esercito, una persona inglese e un altro, che poi, vedendo la sua foto sui giornali, scoprii essere La Barbera, il capo della Mobile di Palermo. Giovanni mi disse che si doveva procedere a fare andare via Falcone dal capoluogo siciliano; mi disse tante cose brutte sul giudice, che stava facendo grossi danni. Bisognava mandarlo fuori al più presto”.

L’incontro si colloca temporalmente prima del fallito attentato dell’Addaura, e riaffiorano le parole amare di Giovanni Falcone: la presenza di “menti raffinatissime” dietro a quella che, a fronte delle testimonianze di Di Carlo, potrebbe essere letta come la “provocazione” atta ad allontanare il magistrato dalla Sicilia.

Una provocazione in cui spunta anche, trasversalmente, Arnaldo La Barbera. Un sbirro duro, che incute timore; una passione per il gioco d’azzardo, per il poker,  azzardo che probabilmente  rappresentala sua filosofia di vita: piatto vince, piatto perde.

Un giorno spara ed uccide un malcapitato rapinatore che ha scelto il posto sbagliato nel momento sbagliato, un salone di bellezza dove La Barbera si sta facendo massaggiare. Mira infallibile, due spari: il secondo è il colpo di grazia e il poveraccio viene freddato. Particolare insignificante: l’incauto rapinatore ha una pistola giocattolo.

La Barbera è fatto così, i cerchi li chiude sempre, sia che si tratti di inchieste delicatissime, sia che si senta costretto a sparare ad un balordo di borgata. Un uomo capace di uccidere a sangue freddo. Successivamente si rivelerà anche al servizio del Sisde: nome in codice Catullo.

Una scoperta che lascia letteralmente di stucco i pm di Caltanissetta quando, negli uffici dell’Aisi, sfogliando gli album con le fotografie degli agenti segreti stipendiati tra gli anni ottanta e novanta dai servizi e che hanno agito in Sicilia sotto copertura, trovano anche la scheda di Arnaldo La Barbera.

L’uomo che arrestò Totuccio Contorno, il carismatico Arnold, il suo soprannome in Questura, più volte indicato come bersaglio e obiettivo delle cosche mafiose, regolarmente stipendiato, un milione al mese, dal Sisde.

“Perchè un poliziotto che ha il compito di indagare sulla criminalità organizzata viene arruolato in gran segreto dai servizi?”, resta un quesito tutt’ora irrisolto.

Legati ai servizi segreti sono, ad ogni modo, anche i due presunti salvatori di Giovanni Falcone, i cacciatori di latitanti, Emanuele Piazza e Nino Agostino, uccisi poco dopo il fallito attentato all’Addaura in circostanze misteriose. Il secondo, in particolare, viene freddato assieme alla moglie incinta: subito si parla di delitto passionale, pista avallata anche da La Barbera, ma clamorosamente falsa.

Agostino, nei giorni prima di morire, stava indagando su quei candelotti esplosivi rinvenuti sulla spiaggia di fronte alla villa di Falcone: secondo il pentito Oreste Pagano, pertanto, venne ucciso poiché “aveva scoperto i collegamenti fra le cosche ed alcuni componenti della questura”.

Chi siano questi “componenti” non è dato saperlo: certo è che subito dopo l’assassinio dell’agente, La Barbera invia un suo uomo di fiducia a compiere una perquisizione non autorizzata in casa della vittima, facendo sparire documenti che Agostino stesso aveva indicato come importanti al fine dell’accertamento della verità.

Nello stesso periodo, il superpoliziotto è anche il responsabile della sicurezza di Falcone. Per questo a lui si rivolgono gli uomini della scorta del giudice nemico di Cosa Nostra, come Luciano Tirindelli, scampato all’eccidio di Capaci. “Cercavamo di far capire a La Barbera che la scorta del dottor Falcone non era come le altre”, ha ricordato l’uomo. “Necessitava di dotazioni adeguate e particolari, uniche come il personaggio scortato.” Nonostante ciò, “ricevevamo sempre risposte negative, era come sbattere contro il muro.”

Gli adeguamenti non vengono resi effettivi: il 23 maggio del ’92  il magistrato salta in aria. Meno di sessanta giorni dopo tocca al suo erede nella lotta alla criminalità organizzata, Paolo Borsellino, dilaniato dal tritolo mentre si trova in Via D’Amelio.

A indagare sulle due stragi viene messo proprio lui, La Barbera, in qualità di coordinatore del Pool Falcone-Borsellino e, in breve, rintraccia il colpevole: Vincenzo Scarantino.

Un falso pentito, il balordo della Guadagna, l’autore del più grande depistaggio di cui si abbia memoria. E, stando alla sue rivelazioni, pilotato proprio dal superpoliziotto. “Mi hanno detto che una notte prelevarono Scarantino dall’Asinara, lo caricarono su un elicottero e, sorvolando il Tirreno, minacciarono di gettarlo giù”, ha raccontato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. “A bordo di quell’elicottero c’era il dottore La Barbera”.

Non si sa se  in quel frangente fossero presenti i suoi tre stretti collaboratori, ora  indagati per concorso in calunnia, cioè per aver fornito ai magistrati una ricostruzione della strage totalmente falsa.

Sospettati, scrivono con un certo eufemismo i pm, di aver indotto con “metodi forti”, Scarantino, il suo complice Salvo Scandurra e Luciano Valenti a rendere dichiarazioni fasulle.

Ma quanto furono “forti” quei metodi? Persuasione, violenze psicologiche, vere e proprie torture fisiche? Delle tre pare sicura l’ultima, sotto la supervisione dell’unico dominus; Arnaldo La Barbera, che fece leva, almeno nella prima fase delle indagini, sulla scarsa esperienza della magistratura nissena in merito a Cosa Nostra corleonese.

E’ chiaro che è necessario muoversi con cautela, addossare ogni responsabilità ad un uomo che non si può più difendere è gesto scorretto se non ignobile. Ma sono troppi gli interrogativi inquietanti.

Impossibile non chiedersi, infatti, se qualcuno non avesse percepito come si stesse venendo a creare una situazione definibile quantomeno anomala, e quali furono le conseguenze.

Una risposta in merito la offre  Gioacchino Genchi, che in quegli anni lavora a stretto contatto con La Barbera sugli attentati di Capaci e via D’Amelio. Genchi, secondo quanto da lui stesso sostenuto, si trova più volte in disaccordo sulle modalità con cui il poliziotto opera.

Parla addirittura di un “blocco delle indagini” e, imprevedibilmente, si allontana –o viene allontanato- dalle stesse. Forse proprio da La Barbera. “Credeva nella carriera, non era un disonesto”, l’ha descritto in una testimonianza. Se non che “alla fine del 1993, fece un patto con il diavolo.”

La Barbera non c’è più, certamente non era l’unico a conoscere la verità: quando morì i giornali lo descrissero come un uomo tutto d’un pezzo.

E’ la sentenza della Cassazione a ricordare che sovente i pezzi diventano cocci, comunque sempre rimodellati da un puparo, il cui volto è ancora nell’ombra.

 

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