Il divario retributivo tra uomini e donne, il cosiddetto gender pay gap, è uno degli indicatori più usati per misurare la parità nel mondo del lavoro. In Italia il dato sulla retribuzione oraria può sembrare contenuto rispetto alla media europea, ma è un numero che va letto con attenzione: nasconde un problema molto più ampio.
Un dato che inganna
Il divario orario italiano appare relativamente basso perché nel nostro Paese lavorano meno donne rispetto ad altri Stati europei. Il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi dell’Unione, e chi resta fuori dal mercato del lavoro sono spesso le donne con livelli di istruzione e retribuzioni potenziali più basse. Chi lavora, quindi, rappresenta una fascia in media più qualificata, e questo comprime artificialmente la differenza.
Se si guarda invece al reddito annuo complessivo, che tiene conto delle ore lavorate, del part-time e della discontinuità delle carriere, il divario si allarga in modo significativo.
Le cause
Le ragioni sono molte e si intrecciano tra loro:
- Part-time involontario: molte donne lavorano a orario ridotto non per scelta ma per conciliare lavoro e famiglia.
- Lavoro di cura: la cura dei figli e degli anziani ricade ancora in larga parte sulle donne.
- Segregazione settoriale: le donne sono più presenti in settori con salari medi più bassi, come istruzione, sanità e servizi alla persona.
- Soffitto di cristallo: la presenza femminile diminuisce man mano che si sale verso le posizioni dirigenziali, quelle meglio pagate.
- Penalità della maternità: dopo la nascita di un figlio molte carriere femminili rallentano o si interrompono.
Cosa dice la legge
La parità retributiva è un principio scritto nella Costituzione: l’articolo 37 stabilisce che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Il Codice delle pari opportunità vieta qualsiasi discriminazione retributiva. In Italia è stata inoltre introdotta la certificazione della parità di genere, che premia con sgravi contributivi le imprese che adottano politiche concrete in questa direzione.
La direttiva europea sulla trasparenza
Un cambiamento importante arriva dall’Unione europea con la direttiva sulla trasparenza retributiva approvata nel 2023, che gli Stati membri devono recepire entro giugno 2026. Le novità principali riguardano il diritto dei candidati a conoscere la fascia retributiva di una posizione prima del colloquio, il divieto per i datori di lavoro di chiedere quanto si guadagnava nel lavoro precedente, il diritto dei dipendenti a ricevere informazioni sui livelli retributivi medi per genere e l’obbligo per le aziende più grandi di pubblicare dati sul proprio divario.
Oltre lo stipendio
Ridurre il gender gap non dipende solo dalle buste paga. Servono asili nido accessibili su tutto il territorio, congedi parentali meglio retribuiti e realmente condivisi tra madri e padri, servizi per gli anziani non autosufficienti e una cultura del lavoro che non premi soltanto la presenza in ufficio. Il divario retributivo è il sintomo; le cause stanno nell’organizzazione della società.
Foto: Checking the Phone di mikecogh, CC BY-SA 2.0, via Flickr


