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Articolo 3 della Costituzione: cosa dice e perché conta ancora oggi

Uguaglianza formale e sostanziale: il significato dell’articolo 3 della Costituzione italiana e come incide sulla vita di tutti i giorni.

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Palazzo Montecitorio a Roma, sede della Camera dei deputati

Tra i 139 articoli della Costituzione italiana, l’articolo 3 è forse quello che più di ogni altro racconta l’idea di Paese che i costituenti avevano in mente nel 1947. Non a caso dà il nome a questo giornale: è la norma che mette al centro la persona e la sua dignità, prima di qualsiasi differenza.

Il testo

L’articolo si compone di due commi. Il primo stabilisce che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Il secondo affida alla Repubblica un compito preciso: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Uguaglianza formale

Il primo comma esprime la cosiddetta uguaglianza formale: la legge è uguale per tutti e non può trattare in modo diverso due persone solo perché appartengono a un genere, a una religione o a un gruppo sociale differente. È il principio che vieta i privilegi di casta e le discriminazioni per legge, e che la Corte costituzionale ha utilizzato in centinaia di sentenze per cancellare norme irragionevoli.

Uguaglianza formale, però, non significa trattare tutti allo stesso identico modo. La giurisprudenza costituzionale ha chiarito da tempo che situazioni uguali vanno trattate in modo uguale, e situazioni diverse in modo diverso. Il criterio decisivo è la ragionevolezza: una differenza di trattamento è legittima solo se ha una giustificazione logica e proporzionata.

Uguaglianza sostanziale

Il secondo comma è quello che rende l’articolo 3 davvero moderno. I costituenti sapevano che proclamare l’uguaglianza sulla carta non basta: chi nasce in una famiglia povera, in un territorio senza servizi o con una disabilità parte svantaggiato. Per questo la Repubblica non deve limitarsi a non discriminare, ma ha il dovere attivo di intervenire per ridurre le disuguaglianze di fatto.

Da questo principio discendono molte politiche che diamo per scontate: la scuola pubblica e gratuita, il Servizio sanitario nazionale, le borse di studio, il sostegno scolastico per gli alunni con disabilità, le tutele per i lavoratori, le misure contro la povertà. Ogni volta che lo Stato interviene per dare a qualcuno gli strumenti che altrimenti non avrebbe, sta applicando il secondo comma dell’articolo 3.

Le sfide di oggi

A quasi ottant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, il principio di uguaglianza resta una promessa in parte da mantenere. I divari tra Nord e Sud nell’accesso ai servizi, le differenze salariali tra uomini e donne, le difficoltà dei giovani a trovare un lavoro stabile e una casa, la condizione di chi vive in carcere o nei centri per migranti sono temi che chiamano in causa direttamente l’articolo 3.

A questi si aggiungono questioni nuove che i costituenti non potevano immaginare: il divario digitale tra chi ha accesso a Internet e competenze adeguate e chi ne è escluso, l’uso di algoritmi e intelligenza artificiale che possono riprodurre discriminazioni, la tutela della privacy in un mondo iperconnesso.

Perché parlarne

L’articolo 3 non è una formula astratta da studiare a scuola e dimenticare. È il metro con cui misurare le scelte politiche, le leggi e anche i comportamenti quotidiani. Raccontare l’Italia partendo da qui significa chiedersi, di fronte a ogni notizia, se quel fatto avvicina o allontana il Paese dall’idea di pari dignità sociale che la Costituzione ci ha consegnato. È quello che proveremo a fare, articolo dopo articolo.

Foto: Palazzo Montecitorio di Richard, enjoy my life!, CC BY-SA 2.0, via Flickr

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