Una vecchia notizia di cronaca, un procedimento poi archiviato, un errore di gioventù finito online: tutto ciò che viene pubblicato su Internet tende a restare lì per sempre, a portata di un clic. Il diritto all’oblio nasce proprio per bilanciare la memoria infinita della rete con il diritto di ogni persona a non essere identificata per sempre con un fatto del passato.
Da dove nasce
Il punto di svolta è la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 2014 nel caso Google Spain. I giudici hanno stabilito che i motori di ricerca sono responsabili del trattamento dei dati personali che indicizzano e che, a determinate condizioni, devono eliminare dai risultati i link a informazioni non più pertinenti. Oggi il principio è codificato nell’articolo 17 del Regolamento generale sulla protezione dei dati, il GDPR, che disciplina il diritto alla cancellazione.
Cancellazione e deindicizzazione
È importante distinguere due cose. La cancellazione riguarda il contenuto originale, per esempio un articolo su un sito di notizie, e va chiesta a chi lo ha pubblicato. La deindicizzazione invece non elimina l’articolo, ma impedisce che compaia tra i risultati quando si cerca il nome della persona. Nella maggior parte dei casi è proprio la deindicizzazione lo strumento più efficace, perché è attraverso i motori di ricerca che le vecchie notizie continuano a circolare.
Quando si può chiedere
Il diritto all’oblio non è assoluto. Va sempre bilanciato con il diritto di cronaca e con l’interesse pubblico all’informazione. In genere la richiesta ha buone probabilità di essere accolta quando:
- è trascorso molto tempo dai fatti;
- la persona non ricopre ruoli pubblici;
- la notizia è incompleta, superata o non aggiornata, per esempio non riporta un’assoluzione successiva;
- le informazioni non hanno più alcuna utilità per il pubblico.
È invece più difficile ottenere la rimozione di notizie su politici, amministratori o personaggi pubblici, specialmente se legate al loro ruolo, o su reati gravi.
Come presentare la richiesta
I principali motori di ricerca mettono a disposizione un modulo online per le richieste di rimozione basate sulla normativa europea sulla privacy. Bisogna indicare i link che si vogliono deindicizzare, le ricerche per cui compaiono, di solito il proprio nome e cognome, e spiegare perché quelle informazioni sono ormai irrilevanti o lesive. È utile allegare un documento d’identità e, se esiste, la documentazione che dimostra l’evoluzione della vicenda, come una sentenza di assoluzione o un decreto di archiviazione.
Se la richiesta viene respinta
In caso di rifiuto ci si può rivolgere al Garante per la protezione dei dati personali con un reclamo, oppure all’autorità giudiziaria. Il Garante valuta caso per caso e può ordinare al motore di ricerca di rimuovere i risultati. La riforma Cartabia ha inoltre introdotto una tutela specifica per chi è stato assolto o prosciolto: può chiedere che la sentenza riporti un’annotazione che obbliga alla deindicizzazione dei contenuti relativi al procedimento.
Un equilibrio delicato
Il diritto all’oblio non serve a riscrivere la storia né a cancellare le responsabilità. Serve a evitare che un singolo episodio, magari lontano decenni, continui a definire una persona agli occhi di datori di lavoro, vicini di casa o nuovi conoscenti. In un’epoca in cui la reputazione si costruisce soprattutto online, è una tutela che riguarda tutti.
Foto: Internet Law di Visual Content, CC BY 2.0, via Flickr


