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Intelligenza artificiale e diritti: cosa cambia con l’AI Act europeo

Il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale classifica i sistemi in base al rischio. Cosa è vietato, cosa è permesso e quali tutele per i cittadini.

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La sede del Parlamento europeo a Strasburgo di sera

L’intelligenza artificiale è entrata nella vita quotidiana più in fretta di quanto molti si aspettassero: assistenti che scrivono testi, sistemi che selezionano curriculum, algoritmi che valutano l’affidabilità creditizia, telecamere capaci di riconoscere i volti. Per governare questa trasformazione l’Unione europea ha approvato nel 2024 il regolamento sull’intelligenza artificiale, noto come AI Act, la prima legge organica al mondo in materia.

Un approccio basato sul rischio

Il principio di fondo è semplice: più un sistema di intelligenza artificiale può incidere sui diritti delle persone, più le regole sono severe. Il regolamento distingue diversi livelli.

  • Rischio inaccettabile: pratiche vietate, perché considerate incompatibili con i valori europei.
  • Alto rischio: sistemi ammessi ma sottoposti a obblighi stringenti di controllo, documentazione e supervisione umana.
  • Rischio limitato: sistemi per cui valgono soprattutto obblighi di trasparenza.
  • Rischio minimo: la grande maggioranza delle applicazioni, come filtri antispam o videogiochi, per cui non sono previsti obblighi specifici.

Cosa è vietato

Tra le pratiche proibite rientrano i sistemi di punteggio sociale dei cittadini, le tecniche manipolative che sfruttano le vulnerabilità di persone fragili, il riconoscimento delle emozioni nei luoghi di lavoro e nelle scuole e la raccolta indiscriminata di immagini facciali da Internet per creare banche dati. Il riconoscimento biometrico in tempo reale negli spazi pubblici da parte delle forze dell’ordine è vietato salvo eccezioni circoscritte e autorizzate.

I sistemi ad alto rischio

Sono considerati ad alto rischio, tra gli altri, i sistemi usati per selezionare il personale, valutare gli studenti, decidere l’accesso a servizi pubblici essenziali o al credito, gestire infrastrutture critiche, supportare l’amministrazione della giustizia o i controlli alle frontiere. Chi li sviluppa e chi li utilizza deve garantire dati di qualità, documentazione tecnica, registrazione delle attività, accuratezza e soprattutto la possibilità di un controllo umano sulle decisioni.

Trasparenza per tutti

Anche al di fuori dell’alto rischio, l’AI Act introduce un principio importante: le persone devono sapere quando interagiscono con una macchina. Chatbot e assistenti virtuali devono dichiararsi come tali, e i contenuti generati o manipolati artificialmente, come i deepfake, devono essere riconoscibili. Per i modelli di intelligenza artificiale per finalità generali sono previsti obblighi specifici di documentazione e rispetto del diritto d’autore.

I tempi di applicazione

Il regolamento entra in vigore in modo graduale: i divieti sono scattati per primi, seguiti dalle regole sui modelli per finalità generali e, progressivamente, dagli obblighi per i sistemi ad alto rischio. Ogni Stato membro deve indicare le autorità nazionali incaricate della vigilanza. Anche l’Italia si è dotata di una propria legge quadro sull’intelligenza artificiale, che affianca il regolamento europeo.

Perché ci riguarda

Un algoritmo che scarta un curriculum o nega un prestito può discriminare in modo silenzioso, riproducendo pregiudizi presenti nei dati con cui è stato addestrato. Il rischio è che decisioni importanti per la vita delle persone diventino opache e difficili da contestare. Le nuove regole non risolvono tutti i problemi, ma affermano un principio essenziale: anche nell’era degli algoritmi, i diritti fondamentali vengono prima dell’efficienza.

Foto: European Parliament Strasbourg di Euroced, CC BY 2.0, via Flickr

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