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Fuga dei cervelli: perché tanti giovani laureati lasciano l’Italia

Stipendi bassi, precariato, poca meritocrazia: le ragioni dell’emigrazione dei giovani qualificati e le misure per farli tornare.

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Sala partenze di un aeroporto internazionale

Ogni anno decine di migliaia di giovani italiani fanno le valigie e si trasferiscono all’estero. Molti di loro hanno una laurea, spesso un master o un dottorato. Germania, Regno Unito, Francia, Spagna, Svizzera, Paesi Bassi sono le mete più frequenti, ma c’è chi arriva fino agli Stati Uniti, all’Australia o agli Emirati. Il fenomeno, ormai noto come fuga dei cervelli, è una delle questioni più discusse quando si parla di futuro del Paese.

Perché partono

Le motivazioni raccolte nelle indagini sono piuttosto ricorrenti:

  • Stipendi: le retribuzioni d’ingresso per i laureati in Italia sono mediamente più basse rispetto a quelle dei principali Paesi europei, e crescono più lentamente.
  • Precarietà: anni di contratti a termine, tirocini e collaborazioni prima di ottenere una stabilità.
  • Ricerca: un sistema universitario e della ricerca con risorse limitate e percorsi di carriera lunghi e incerti.
  • Meritocrazia: la percezione che contino più le conoscenze personali che le competenze.
  • Qualità della vita: servizi, possibilità di accedere a una casa, politiche per le famiglie.

Un costo per il Paese

Formare un laureato costa allo Stato e alle famiglie anni di investimenti in istruzione. Quando quel giovane va a lavorare all’estero, i frutti di quell’investimento, in termini di produttività, innovazione e contributi fiscali e previdenziali, vanno a beneficio di un altro Paese. A ciò si aggiunge un effetto demografico: l’Italia è già uno dei Paesi più anziani del mondo, e la partenza di giovani in età lavorativa e riproduttiva aggrava il problema.

Mobilità o emigrazione?

Non tutta la mobilità è un male. Fare esperienze all’estero, conoscere altre culture e altri modi di lavorare è un arricchimento, e la libera circolazione è una delle conquiste dell’Unione europea. Il problema italiano è lo squilibrio: partono molti più giovani qualificati di quanti ne arrivino dall’estero, e una parte importante di chi parte non torna più. Si parla quindi più correttamente di una circolazione dei talenti che, nel nostro caso, va in una direzione sola.

Le misure per il rientro

Negli anni sono stati introdotti incentivi fiscali per i lavoratori che rientrano in Italia dopo un periodo all’estero, con una tassazione agevolata sul reddito per alcuni anni. Esistono programmi specifici per il rientro di ricercatori e docenti universitari. Queste misure hanno avuto effetti, ma sono state più volte modificate, e da sole non bastano a compensare le differenze strutturali con gli altri Paesi.

Cosa servirebbe

Trattenere e attirare talenti richiede interventi su più fronti: salari più adeguati, percorsi di carriera chiari, investimenti in ricerca e innovazione, una pubblica amministrazione più efficiente, politiche abitative per i giovani e servizi per chi vuole formare una famiglia. In altre parole, rendere l’Italia un Paese in cui restare sia una scelta possibile e non un sacrificio.

Foto: Departure Hall di vladislav.bezrukov, CC BY 2.0, via Flickr

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