L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. È un principio di civiltà che si scontra, da molti anni, con una realtà fatta di istituti sovraffollati, strutture vecchie e personale insufficiente.
La condanna di Strasburgo
Nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani, ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti legati al sovraffollamento: detenuti costretti a vivere in celle in cui lo spazio a disposizione di ciascuno era inferiore ai tre metri quadrati. La Corte parlò di un problema strutturale e impose al nostro Paese di adottare rimedi efficaci.
Negli anni successivi furono introdotte diverse misure: maggiore ricorso alle pene alternative, un rimedio risarcitorio per chi ha subito detenzioni in condizioni degradanti, interventi sull’edilizia penitenziaria. Per qualche tempo la popolazione carceraria diminuì, ma poi è tornata a crescere, e oggi in molti istituti il numero dei detenuti supera stabilmente la capienza regolamentare.
Le cause
Il sovraffollamento ha radici diverse. Una quota rilevante dei detenuti è in attesa di giudizio definitivo. Molti scontano pene brevi o residui di pena che potrebbero essere eseguiti fuori dal carcere. Una parte consistente della popolazione detenuta ha problemi di tossicodipendenza o disagio psichico, che richiederebbero percorsi di cura più che di reclusione. A tutto ciò si aggiungono la lentezza della giustizia e un’edilizia penitenziaria in gran parte datata.
Le conseguenze
Celle troppo piene significano meno spazio, meno attività, meno possibilità di lavorare, studiare e seguire percorsi di reinserimento. Significano anche condizioni di lavoro difficili per la polizia penitenziaria, educatori e personale sanitario, numericamente insufficienti. Il dato più drammatico è quello dei suicidi in carcere, che in Italia restano molto più frequenti che nella popolazione libera e sono un indicatore della sofferenza che attraversa gli istituti.
Le alternative
Gli studi concordano su un punto: chi sconta la pena con misure alternative, come l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare, tende a commettere nuovi reati meno spesso di chi resta in carcere fino all’ultimo giorno. Il lavoro e la formazione durante la detenzione riducono in modo significativo la recidiva. Investire sulla rieducazione, quindi, non è solo un dovere costituzionale, ma anche una scelta che rende la società più sicura.
Il ruolo dei garanti
A livello nazionale e in molte regioni e città operano i garanti dei diritti delle persone private della libertà, che visitano gli istituti, raccolgono segnalazioni e pubblicano rapporti periodici. Insieme alle associazioni che si occupano di carcere, rappresentano uno dei pochi canali attraverso cui ciò che accade dietro le sbarre arriva all’esterno.
Una questione che riguarda tutti
Il carcere è spesso percepito come un mondo separato, che interessa solo chi ci finisce. Ma il modo in cui uno Stato tratta le persone detenute dice molto della qualità della sua democrazia. E quasi tutti i detenuti, prima o poi, tornano in libertà: che tipo di cittadini saranno dipende anche da come avranno trascorso la loro pena.
Foto: Fremantle Prison. Cells di amandabhslater, CC BY-SA 2.0, via Flickr


